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'Ndrangheta, arrestato il boss Francesco Pelle "Pakistan". Era in clinica a Lisbona per Covid. ECCO CHI E'

Dopo quasi due anni, la latitanza di Francesco Pelle si è conclusa oggi a Lisbona, in Portogallo. I carabinieri lo hanno individuato stanotte in una clinica dove era in cura perché positivo al coronavirus. Il blitz è scattato stamattina e adesso il boss della 'ndrangheta di San Luca, conosciuto con il soprannome di «Ciccio Pakistan», si trova piantonato nell’Hospital de Sao José di Lisbona, dove è ricoverato per le conseguenze del Covid.

Sono state le indagini dei carabinieri del Reparto operativo di Reggio Calabria, del Gruppo di Locri e della Compagnia di Bianco ad indirizzare gli agenti dell’Unità nazionale contro il terrorismo (Unct) della polizia portoghese sul luogo dove il boss si trovava consentendo loro di bloccare il latitante il cui nome era inserito nell’elenco dei ricercati più pericolosi d’Italia. Pelle deve scontare una condanna all’ergastolo per la «strage di Natale» del 24 dicembre 2006, quando fu uccisa Maria Strangio, la moglie del boss Giovanni Luca Nirta, capo della cosca contrapposta in quella che è diventata tristemente famosa come la faida di San Luca. Quell'agguato - in cui 4 persone, compreso un bambino, rimasero feriti - fu la risposta all’attentato in cui, ad Africo, il 31 luglio 2006, «Ciccio Pakistan» fu ferito alla schiena da un colpo di fucile sparatogli mentre si trovava sul terrazzo di casa con in braccio il suo primogenito appena nato. Il bambino rimase illeso, ma il proiettile lesionò la spina dorsale di Pelle costringendolo da allora sulla sedia a rotelle.

La disabilità, tuttavia, non ha impedito a Pelle, che oggi ha 43 anni, di ritagliarsi un ruolo di primo piano nella faida di San Luca. La vendetta dei Nirta-Strangio alla strage di Natale arrivò 8 mesi più tardi, a Ferragosto 2007 e lontano dalla Calabria. Le armi spararono a Duisburg, in Germania, uccidendo sei persone ritenute vicine alla cosca Pelle-Vottari in quello che fu l’epilogo e, al tempo stesso, la fine della faida. Già irreperibile volontario per sfuggire alla guerra con i Nirta-Strangio fin dalla «strage di Natale», due settimane dopo la mattanza in Germania «Ciccio Pakistan» sfuggì alla cattura nell’ambito dell’operazione «Fehida» della Dda di Reggio Calabria. Diventato ufficialmente latitante, fu catturato dal Ros nel 2008 a Pavia dove era ricoverato, sotto falso nome, nel reparto di Neuroriabilitazione della Clinica Fondazione Maugeri. Dopo 9 anni di reclusione e un annullamento con rinvio della Cassazione, nel 2017, in attesa della sentenza definitiva, Pelle fu scarcerato per decorrenza termini. Disposto l’obbligo di dimora a Milano, però, poche settimane prima della condanna definitiva all’ergastolo, nel luglio 2019, si diede nuovamente alla macchia. Sempre sulla sedia a rotelle, «Ciccio Pakistan" lasciò il capoluogo lombardo e fece perdere le sue tracce. Coordinati dal procuratore Giovanni Bombardieri, dall’aggiunto Giuseppe Lombardo e dal sostituto della Dda Alessandro Moffa, i carabinieri da tempo avevano il sentore che il boss di San Luca si nascondesse in Portogallo. «Per noi non è mai cessata la ricerca del latitante» è stato il commento di Bombardieri che ha sottolineato anche l’importanza del progetto "I-Can».

Le indagini, infatti, hanno beneficiato dei canali di cooperazione internazionale attivati dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria, che da tempo beneficiano dell’assistenza tecnica del progetto I-Can, una rete internazionale interforze a contrasto di una delle mafie più pericolose al mondo, la 'ndrangheta. Adesso le indagini continuano per ricostruire la rete di fiancheggiatri che ha consentito a Francesco Pelle di uscire indisturbato dall’Italia e rimanere latitante per 20 mesi. Per farlo nelle sue condizioni, secondo i pm, avrà goduto di una rete di protezione che certifica lo spessore criminale del boss.

L’origine della faida viene fatta risalire ad un banale scherzo di Carnevale - il lancio di uova all’interno di un circolo ricreativo nel 1991 - ma con gli anni è parso evidente a tutti che lo scontro armato che ha provocato decine di vittime, si poggiava su ben altro: la ferrea volontà delle due cosche di imporre il proprio predomino a San Luca, ritenuta la culla della 'ndrangheta anche in senso figurato, con le annuali riunioni dei boss di tutte le cosche nel Santuario di Polsi in occasione della festa della Madonna della Montagna. Un predominio cercato, però, soprattutto per i ritorni economici che ne derivano nella gestione degli affari sporchi.

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