Martedì, 22 Ottobre 2019
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I RETROSCENA

‘Ndrangheta in Val d’Aosta, il pentito Panarinfo parla dell’omicidio del piccolo Cocò

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Cocò Campolongo, nel riquadro Cosimo Donato e Faustino Campilongo

Il “traditore”. Daniel Panarinfo, 38 anni, è il collaboratore di giustizia che ha svelato l'esistenza di un “locale” di 'ndrangheta nella paciosa Valle d'Aosta.

Lui, da “contrasto onorato”, seguiva come un'ombra Bruno Nirta, sanluchese di origine ma con interessi nel mondo del traffico di droga in Italia e Spagna. Gli era talmente legato - riposta la Gazzetta del Sud oggi in edicola - che aveva deciso di fargli battezzare il figlioletto: la cerimonia doveva tenersi nel settembre del 2016 nel Santuario della Madonna di Polsi.

Il presunto boss e l'odierno pentito – che ha tra l'altro raccontato ai pm di essere un Testimone di Geova – dovevano venire in Calabria per celebrare il rito destinato a legarli per sempre quasi come parenti. Poi, però, Panarinfo s’è impossessato d'una somma di denaro legata alla vendita di una partita di stupefacenti e, temendo di fare una brutta fine, s'è messo a cantare.

Daniel Panarinfo, deciso a rompere con il mondo della criminalità organizzata «perché» spiega ai magistrati piemontesi «si sono presi la mia vita», parla anche di uno dei fatti di sangue più cruenti mai avvenuti in Calabria: l’uccisione d’un bimbo di tre anni, avvenuta a Cassano il 16 gennaio del 2014: “Cocò” Campolongo venne assassinato e poi bruciato insieme con il nonno, Giuseppe Iannicelli, pregiudicato sibarita, ed una donna marocchina, Ibis Taoussa.

Il pentito ha svelato al procuratore aggiunto antimafia di Catanzaro, Vincenzo Luberto, di aver appreso, in un carcere piemontese, notizie sul barbaro triplice delitto.

Il trentottenne ha dichiarato che il “santista” Bruno Nirta gli aveva raccontato del coinvolgimento di Campilongo nell’uccisione del piccolo “Cocò” spiegandogli che, quest’ultimo, aveva partecipato al delitto per “entrare”, cioè ottenere la rituale affiliazione alla ‘ndrangheta.

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