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Catanzaro, Loprete e l’arte del cemento: «Così trasformo parti di me»

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«Amo definirmi un artista a 270 gradi. Me ne mancano 90 perché non sono mai sceso a compromessi. Tutto nacque da ragazzino. Papà mi vedeva dipingere sul letto mentre io mettevo una coperta per non sporcare. Inizialmente mi comprava i colori un po’ dove capitava, ma un giorno si è presentato con un cavalletto vero per un mio compleanno e una scatola di colori. In Calabria mi seguiva ovunque e quando gli chiedevano giudizi sugli altri artisti diceva categorico, in dialetto calabrese, che gli piacevano solo le cose di suo figlio». La vita di Mario Loprete, artista catanzarese di fama internazionale, classe 1968, cresciuto nel quartiere Corvo, è una pennellata accesa. L'umiltà è il suo tratto distintivo insieme alle sculture in cemento che sono nate dopo la visione di un documentario sulle macerie dell'11 Settembre. Di quegli uomini e di quelle donne uscite vive dalla tragedia, ma con quella patina di cemento e polvere grigia appiccicata addosso che le rendeva uguali alle sagome dell’eruzione di Pompei. Recentemente è stato selezionato da Harvard come uno degli artisti più rappresentativi al mondo e la rivista ufficiale del prestigioso ateneo "The Harvard Advocate", che ha potuto contare nella sua storia anche sulle grandi firme di T.S. Eliot e Jack Kerouac, ha fatto il resto.

Leggi l'articolo completo sull'edizione cartacea di Gazzetta del Sud - Calabria

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