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Parla lo scrittore calabrese di Carfizzi Carmine Abate, sempre un «cercatore di luce»

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Un anno fa usciva uno dei romanzi più ispirati di Carmine Abate, lo scrittore calabrese, arbëreshe, di Carfizzi, premio Campiello, oggi uno dei più importanti autori italiani: “Il cercatore di luce” (Mondadori), storia particolarissima che intreccia con perizia e squisita sensibilità la vicenda umana e artistica del pittore Giovanni Segantini, maestro del Divisionismo, e quella di un ragazzino dei nostri tempi, Carlo, alle prese con una famiglia amorosa ma difficile. Una vicenda che si svolge tutta tra i monti del Nord, ma con lo sfondo necessario della Calabria, a cui appartiene uno dei personaggi più potenti del romanzo, la Moma, la nonna di Carlo, calabrese trapiantata al Nord – come l’autore – ma fieramente legata al suo mondo d’origine. Oggi il cammino del “Cercatore di luce” non è finito, anzi prosegue con forza. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Siamo a un anno esatto dall'uscita de "Il cercatore di luce": facciamo un bilancio di questo fortunato romanzo che i lettori mostrano d’amare tanto?
«Sì, è un romanzo amato davvero tanto, sia dai lettori che dalla critica, e ancora oggi dimostra una vitalità straordinaria per la nostra editoria: è di questi giorni la notizia che il libro è in ristampa, per un totale finora di sei edizioni. Un libro che continua a essere recensito, dopo un’infinità di articoli e interviste uscite lo scorso anno, che ha vinto tre premi letterari (il premio della Montagna Cortina d’Ampezzo, una sezione del Premio Itas, il premio speciale di letteratura “Mario Arpea”), ed è stato finalista ai premi Vittorini e Rigoni Stern. E non si contano le presentazioni che ho fatto e che farò in vista del prossimo Natale. Tra l’altro, molti sono gli inviti nelle scuole, non solo nei licei, ma persino nelle scuole medie, dove hanno adottato il libro. Il che, da ex insegnante, non può che farmi piacere».

È un romanzo complesso, dove tu annodi più storie. Su piani temporali diversi, in luoghi diversi, ma con qualcosa in comune, qualcosa che appartiene profondamente alla tua scrittura: il senso della Natura, il senso dei luoghi, l'appartenenza. Quel «vivere per addizione» che è la tua cifra più vera. Come nasce questa storia duplice? Da quale esigenza intima o innamoramento?
«Nasce, come tutti i miei libri, da un’immagine che mi colpisce e che racchiude tutto il senso del libro e la sua urgenza. In questo caso è una misteriosa immagine d’autore, dipinta magistralmente da un grande pittore: Giovanni Segantini. Quattro anni fa ho visto al Museo Segantini di St. Moritz il capolavoro del pittore, “Il trittico della Natura”, tre quadri immensi, intitolati La Vita, La Natura, la Morte (come le tre parti del mio romanzo). Nel primo di questi quadri, sotto un larice gigante, è raffigurata una giovane donna che tiene in braccio un bambino. La madre ha gli occhi chiusi, è inquieta, quasi impaurita; il bambino invece li ha aperti al futuro, uno sguardo lungimirante e luminoso che mi ha attirato come una calamita. Ho subito notato l’assenza della figura paterna, come nella mia vita, e di colpo mi sono sentito come quel bambino, sulle ginocchia di mia madre, mentre aspettiamo mio padre che prima o poi tornerà dalla Germania. Il romanzo parte da qui, da questi due personaggi a me familiari, da questa urgenza autobiografica, e subito s’intrecciano più vite e più storie, del passato e del presente, alcune reali come Segantini, altre inventate, ma con la consapevolezza, come scrivo nel libro, che “vera o inventata, una storia non mente mai”».

Cercano la luce, i tuoi personaggi: il pittore, spinto da una incoercibile inquietudine che lo porta sempre altrove, sempre più in alto, metaforicamente e non solo; il padre di Carlo che cerca "il silenzio luminoso" della montagna; Carlo stesso, e in fondo il narratore, che letteralmente porta alla luce legami, nodi, fili che intrecciano le vite. Eppure la luce di cui parli non svela soltanto: è una luce che può addirittura mantenere, avvolgere i segreti. È la luce che sconfigge il buio della morte ma che a volte inghiotte il mondo. Tu cerchi la luce con la tua scrittura?
«Beh, se cercare la luce vuol dire cercare la verità, allora ci sto provando fin dal primo libro uscito in Germania nel 1984. La luce ti fa vedere più in profondità, in maniera più chiara e più lontana nel tempo e nello spazio. Nelle storie come nella vita, questi fili luminosi tengono insieme generazioni ed epoche diverse, e la stessa memoria, che io cerco di recuperare in ogni romanzo, è come una luce potente, che ha un senso solo se è in grado di illuminare il nostro presente, altrimenti sarebbe mero esercizio retorico, nostalgia lamentosa. Giovanni Segantini mi interessa e mi affascina in quanto cercatore di luce proprio perché è un personaggio moderno, inquieto e talentuoso, un ecologista ante litteram che rispetta la natura e ci chiede di rispettarla. In una lettera scrive: “Io mi inchino di fronte a un filo d’erba, a un fiore.”».

Uno straordinario personaggio del libro è la Moma, calabrese espiantata, come te, e vissuta al Nord senza però mai uscire dal suo Sud, che non smette di costruire attorno a sé a partire dalla lingua che le hai forgiato: un italiano-dialetto saporitissimo, che diventa ossatura delle "storie" che racconta. I suoi racconti tengono assieme, consolano, tessono legami tra chi c'è e chi non c'è più, ma anche tra chi c'è e non sa parlarsi, non sa trovarsi. Le storie ci salvano, e le storie cominciano tutte da lì, dalla tua Calabria sempre presente. Moma è lei? C'è sempre Moma nella tua penna?
«Senza la Moma non sarei riuscito a scrivere questo romanzo, Moma è la voce più autentica della mia terra, onesta e saggia, affabulatrice e poetica, sognatrice e con i piedi ben piantati nei suoi mondi. Ma soprattutto è un ponte tra Nord e Sud, una donna che non ha nello sguardo le spine del pregiudizio, perché lei - come Segantini, come il marito trentino, come cerco di fare io - vive per addizione, cioè prende il meglio dei tanti luoghi in cui è vissuta, la Sila e San Giovanni in Fiore dove è nata, la Svizzera e il Trentino dove è vissuta. Le storie ci salvano dal buio della morte, Moma lo sa, per questo le racconta al nipote: è lui il futuro, e lei, il marito e tutti i personaggi di questo libro sopravviveranno se lui saprà raccontare a sua volta le storie della Moma, storie su temi universali come la vita, l’amore (penso a quello eterno tra Segantini e Bice Bugatti) e la natura».

La Calabria è potentemente alla radice del tuo immaginario, dovunque si svolgano le storie che racconti, ma in generale il tuo senso dei luoghi è profondo, persino mistico. C'è ascolto dei luoghi, della loro anima, del loro genius. E dunque il loro richiamo, unito a un senso quasi religioso della Natura. Qual è il tuo luogo?
«Il mio luogo è ormai un pluriluogo, un mosaico di luoghi a me cari, come dimostra “Il cercatore di luce”, fatto di tante radici, tante lingue, tante culture, tanti sguardi. Sono i luoghi che mi parlano, che mi raccontano le loro storie più segrete. Il luogo centrale, dove sono nato e da dove sono partito, è un piccolo paese arbëresh della Calabria, Carfizzi, che da sempre è stato il microcosmo multiculturale e plurilinguistico da cui ho attinto a piene mani, è una Calabria in miniatura, che nei miei libri chiamo Hora, Roccalba, Spillace, Carfizzi. Da microcosmo, diventa macrocosmo, universale come la Calabria, una terra bellissima ma ferita, e io cerco di raccontarne sempre la bellezza senza dimenticare le ferite e viceversa. Dentro ci trovo i grandi temi della letteratura di tutti i tempi: la ricerca dell’identità, l’emigrazione, il ritorno, la natura e soprattutto l’amore».
Soprattutto, l’amore.

© Riproduzione riservata

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