Venerdì, 13 Dicembre 2019
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Viaggio nel paradiso perduto di Africo, da oggi al cinema “Aspromonte”

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Viaggiare non vuol dire soltanto andare dall’altra parte della frontiera, ma anche scoprire di essere sempre pure dall’altra parte» ha scritto Claudio Magris, e questa frontiera, da oltrepassare per la conquista dei diritti, la salute, l’istruzione e la libertà, ma anche da amare, salvandola dal buco nero dell’oblio, ha inteso raccontare Mimmo Calopresti, il regista di “Aspromonte. La terra degli ultimi”, scritto con Monica Zapelli (già autrice de “I cento passi”), una produzione Italian International Film – società di Lucisano Media Group - con Rai Cinema, prodotto da Fulvio e Federica Lucisano, con il contributo di Regione Calabria e Calabria Film Commission.

Il film, tratto dal bel romanzo di Pietro Criaco “Via dall’Aspromonte” (Rubbettino Editore, finalista al premio John Fante 2018) e presentato in anteprima alla sala Lumière di Reggio Calabria (un’anteprima c’era già stata al Taormina Film Fest, a luglio), è un’interrogazione poetica ed emozionante sul senso delle cose e sul valore dei sogni. Il film esce nelle sale cinematografiche oggi.

«I sogni sono quelle cose che ti fanno pensare che sei libero» dice il “poeta” Ciccio Italia al piccolo Andrea, voce narrante della storia, che gli chiede se, allora, è bello sognare. Certo che è bello, risponde il “poeta”, uno straordinario Marcello Fonte che dona la sua naturalezza recitativa al personaggio chiave del film, con la sua dolce “follia” che gli fa credere nei libri, e la sua sapienziale serenità che lo fa parlare, con una saporosa comicità linguistica, alla mula Rosa, al mare, ai monti, al silenzio.

«Un paradiso questi luoghi – ha detto Mimmo Calopresti che da torinese d’adozione (anche quella della sua famiglia è una storia di emigrazione)– ha ritrovato la “sua” Calabria e se ne è nuovamente innamorato, al punto di girarvi questo film dedicato a tutta la gente di Calabria, una dedica d’amore condivisa con il produttore Fulvio Lucisano, calabrese di Polistena e romano d’adozione (la sua stessa parabola, eccezionale nel campo cinematografico e imprenditoriale, è un film), che nel film ci ha creduto, con l’entusiasmo giovane dei suoi novant’anni.

Forse, è proprio vero: per vedere un luogo occorre rivederlo, magari con gli occhi di un poeta, perché lo sguardo del poeta è assoluto, ha il dono di quel “colpo d’occhio” leopardiano che scopre in un tratto l’armonia anche tra le dissonanze e le disarmonie. Armonia e contrasti, durezze e lirismi, bene e male con le loro ambiguità, mali atavici e desiderio di prendere in mano il proprio destino fanno parte della cifra visionaria e poetica di Calopresti (peculiare in tanti suoi film), l’unica possibile per raccontare una realtà dura, opaca, eppure bella, radicata negli affetti, in una comunione francescana di persone, animali, natura.

Uno spazio chiuso ma aperto, con il suo paesaggio stratificato di storia e di storie, Africo Vecchio, dove è ambientato, nell’anno ’51, annus horribilis per il borgo calabrese, il film di Calopresti, e che resiste alla distrazione della “marina” del paese e dell’Italia tutta, alla tentazione di andar via, e agli interessi del boss locale che opprimono la comunità in una condizione di subalternità schiavile.

Non poteva che colorarsi di fiaba questo bel film che racconta una storia vera e ci ricorda soprattutto che abbiamo sempre bisogno di accarezzare un sogno. E di pensare l’utopia come incoraggiamento. Il sogno della piccola comunità di Africo Vecchio, che ancora vuole aggrapparsi alla sua terra (simboleggiato dai piedi nudi degli abitanti che si muovono tra fango e pietraie, opposti alle scarpe dei “civili”), è quello di costruire una strada che porti al mondo, che permetta di superare la frontiera ma anche di rimanere al di qua della frontiera.

Una strada di collegamento con la marina, con la scuola, con l’ospedale, che tutti, giovani, vecchi e bambini, capeggiati dall’ “eroe” Peppe, si mettono a costruire, dopo aver protestato invano presso il sindaco e dopo la morte per parto di una donna, anche contro le inflessibili burocrazie della legge e contro il perverso senso di appartenenza del boss don Totò, che ricorda malignamente che «se si fa una strada, serve per far partire tuo figlio».

E, invece, come ricorda Giulia, la maestra-fata venuta da Como per propria scelta (forse per trovarvi degli infelici più infelici di lei), se vi sarà una strada servirà saper leggere.

Ascoltare un poeta è come guardare il mondo attraverso gli occhi di un altro e restarne abbagliati, e così fa il piccolo Andrea che osserva, pensa e apprende la lezione di Ciccio Italia e della maestra Giulia. Cosa significa Aspromonte? chiede Andrea al “poeta”: significa “monte lucente”, è una parola greca, perché qui siamo in terra di Grecia, in terra di civiltà, risponde il poeta ad Andrea.

Che, sensibile e tenace, rappresenta il futuro, insieme ai coetanei del paese, ma anche il valore testimoniale della memoria, da rafforzare con i libri, con il sapere. Andrea conosce già il sentimento dell’abbandono (la madre è stata “presa” dal boss locale, il cattivo della storia) e vive con profonda nostalgia (è lui, assieme al poeta che svolge la funzione rammemorante dei luoghi) l’abbandono del paese, inevitabile quando nell’ottobre del ‘51 un’alluvione affretterà l’agonia di Africo. Come se la natura stessa si fosse rivoltata contro l’indifferenza per i piccoli paesi, trasformando in rovine quel che già lo era nella disattenzione collettiva.

Ma da quel buco nero dell’oblio Calopresti, figlio di quella Calabria onesta e tenace che non vuole dimenticare, ha tirato fuori Africo Vecchio, abbandonato come Ferruzzano Superiore nel quale il film è stato quasi interamente girato (ma con vedute sulla Chiesa di Santa Maria dei Tridetti a Staiti, nella scena “circense” del film, e vedute dall’alto, girate coi droni, di Africo Vecchio) e lo ha raccontato con grazia malinconica, abbracciando le parole, accogliendole insieme agli ultimi della terra.

E le parole non potevano essere nominate se non con il dialetto forte e aspro (questo sì, nella sua etimologia latina) con il quale l’intero film è stato girato (ovviamente, puntuali i sottotitoli) tranne alcune punte di “taliano”: un proposito di esortazione civile, lontano da qualsiasi tentazione ideologica. Come a dire, «C’era una volta Africo, c’erano una volta in quei luoghi sangue, corpo, braccia di lavoro, oggetti, riti, sentimenti. C’erano i nostri nonni e i nonni di altri nonni. Non li dimentichiamo. E non dimentichiamo le arti e le parole perdute».

Fulvio Lucisano, parlando ai giornalisti, si rammaricava di non aver appreso dai nonni l’arte dell’innesto, ma Marcello Fonte gli ha ricordato che anche questo film è un innesto: di attori e maestranze calabresi (ricordate con orgoglio da Giuseppe Citrigno, presidente della Calabria Film Commission) con “forestieri”, di sogni di chi rimane con quelli di chi va via e con quelli che ritornano, di mestieri antichi e professioni nuove, di giovani con anziani.

Se siamo il mondo possiamo divenire parte della sua bellezza e la Calabria paradigma dell’abbandono, della fragilità del mondo, può diventare paradigma della bellezza che non possiamo permetterci di perdere. L’aria e i colori di Calabria, la luce e le ombre di questa terra con le sue nuance ora polverose ora accecanti, ora terragne (ben rappresentate dell’espressionismo dei personaggi e della natura), Calopresti le ha impresse, con la splendida fotografia di Stefano Falivene e le musiche di Nicola Piovani (il montaggio è di Valerio Quintarelli) sulla pellicola di questo film al quale tutti augurano, da oggi in poi, con la sua uscita nelle sale, di fare un lungo, fruttuoso viaggio.

È questa la scommessa del cosentino Giuseppe Citrigno e la Film Commission, che sta svolgendo un importante lavoro, con il sostegno economico della Regione Calabria, per far diventare la Calabria terra di cinema: non solo un progetto, ma una realtà, come le ultime produzioni dimostrano.

Eccezionale il cast, da Marcello Fonte, il poeta, una maschera greca di forte espressività, al bravissimo Francesco Grillo (Andrea, figlio di Peppe), alla maestra Giulia, un’intensa Valeria Bruni Tedeschi, ispirata alla figura di Umberto Zanotti Bianco, patriota, filantropo, ambientalista e politico antifascista italiano, vissuto tra il 1889 e il 1963, a Peppe (molto bella, con la sua forza e le sue fragilità, l’interpretazione di Francesco Colella, attore calabrese di successo) e ancora alla brava Annalisa Giannotta, attrice calabrese al suo esordio, a Marco Leonardi (nato in Australia da padre locrese) nella parte di Cosimo. E, ancora, Sergio Rubini (un oleografico don Totò, una via di mezzo tra brigante e prepotente manzoniano), Romina Mondello nella parte di Cicca, la donna morta di parto, Elisabetta Gregoraci (Maria, madre di Andrea e moglie di Peppe) nella sua naturale, espressiva bellezza mediterranea, Francesco Siciliano (figlio del compianto Enzo) nella parte del sindaco, Costantino Comito, versatile attore calabrese (tra teatro e fiction) nella parte del maresciallo, e Giulio Cuzzilla (Micu), Elisa Rosaci (Caterina), Salvatore Spirlì (Mommo), Carlo Marrapodi (massaro Salvatore), Carlo Gallo (Bruno) e le comparse tutte di questo film corale, in particolare i giovanissimi attori che scorrazzano nel paradiso perduto di Africo.

© Riproduzione riservata

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