Lunedì, 30 Gennaio 2023
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Arresto Messina Denaro, la fuga in Calabria di “U siccu”

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«Matteo era in Calabria ed è tornato». La frase secca pronunciata da uno dei fiancheggiatori dell'ex superlatitante trapanese consegna nel 2018 agli inquirenti palermitani la certezza che il legame tra la ‘ndrangheta e Cosa nostra non s'è mai interrotto. “U siccu” era stato dall'altra parte dello Stretto di Messina per «incontrare cristiani». Dove sia stato e chi abbia incontrato non s’è mai saputo. Indizi flebili rimasti senza riscontro lo collocavano nella Piana di Gioia Tauro e poi nell'area ionica lungo una striscia di terra compresa tra le province di Reggio e Crotone. Prim'ancora s'era pensato che potesse aver trovato un comodo nascondiglio alle porte di Cosenza e negli ultimi tempi circolava voce che cercasse rifugio nella Sibaritide per essere curato senza troppi rischi.
Il medico pentito di Gioia Tauro, Marcello Fondacaro, ha accennato all'interesse del padrino siciliano verso la costruzione di un villaggio turistico nel Crotonese spiegando pure che la mafia isolana e quella calabra erano spesso tenute insieme da logge massoniche deviate attive sia nel Trapanese che nel Reggino.
La pista della possibile latitanza di Messina Denaro condotta per un periodo in Calabria non deve, dunque, stupire. Nel lembo d'Italia compreso tra l’Aspromonte e la Sila sono passati in tanti. Filippo e Giuseppe Graviano, temuti in Sicilia, rispettati dai mafiosi di rango di mezza Italia, ispiratori e mandanti con Messina Denaro delle stragi terroristico-mafiose degli anni 90, avevano familiarità con la l'ultima regione dello Stivale. Sembra quasi incredibile ma il più tristemente famoso dei due fratelli, Giuseppe, soggiornò a Cosenza. Non solo: siccome amava la montagna ed i boschi venne pure portato in giro per la Sila. E visitando l’ameno altopiano al padrino venne in mente di trovare un rifugio sicuro – una villetta – per ospitare il più celebre dei latitanti siciliani: Totò Riina.
“U Zi Totò”, il capo dei capi di Cosa Nostra, aveva peraltro da sempre buoni amici in Calabria. Dai tempi di Mico Tripodo, boss di Sambatello. Tripodo e il corleonese erano compari d’anello: un legame forte che li unì fino al 1976, quando il patriarca reggino venne assassinato a coltellate nell’infermeria del carcere di Poggioreale. Riina non disdegnò tuttavia di frequentare successivamente la regione, alcune volte travestito da prete, come ha raccontato più volte il boss Vittorio Ierinò. Nella scuola di don Giovanni Stilo, il sacerdote africese arrestato, condannato e infine assolto dall’accusa di associazione mafiosa, aveva peraltro ottenuto il diploma magistrale Agostino Coppola, il sacerdote che in gran segreto aveva celebrato il matrimonio tra Riina e la moglie, Ninetta Bagarella. E sempre ad Africo, come rivelano datati atti parlamentari, trovò rifugio durante la latitanza persino Luciano Liggio. “Lucianeddu”, insieme a Riina e Bernardo Provenzano, aveva fatto fuori il vecchio capobastone di Corleone, Michele Navarra, medico e mafioso, per assumere la guida criminale del paese. E proprio Michele Navarra, detto “u Patri Nostru”, era stato spedito in soggiorno obbligato nei primi anni 50 del secolo scorso a Gioiosa Ionica. Una cittadina nella quale aveva stretto amicizia con don Ciccio Ierinò, uomo di rispetto temuto e riverito nel Reggino e con Antonio Macrì, di Siderno, poi passato alla storia come il “boss dei due mondi”. D’altronde, quando in Sicilia i controlli sul contrabbando di sigarette divennero asfissianti fu deciso, nel 1966, da Cosa nostra di spostare gli sbarchi sulle coste calabre. E quando le casse di “bionde” non vennero ben ripartite e fu tempo di sparare comparvero nella piazza del mercato di Locri (1967) Tommaso Scaduto di Bagheria e Antonio Di Cristina di Riesi. Tre anni dopo la ‘ndrangheta e la mafia isolana decisero invece di unirsi in nome d’un possibile colpo di stato: doveva scattare la notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970. I calabresi avrebbero messo a disposizione 1500 picciotti, i siciliani altrettanti. Erano d’accordo tutti tranne Luciano Liggio che poi ne svelò parzialmente i retroscena durante il maxiprocesso di Palermo.
Gaspare Spatuzza, “battezzato” ufficialmente come componente di “Cosa nostra” nel 1995, in una villetta di Segesta proprio dall'ex “primula” Matteo Messina Denaro, e nominato “reggente” della famiglia mafiosa di Brancaccio dopo l'arresto dei Graviano, ha parlato lungamente dei rapporti tra i siciliani ed i calabresi. Rapporti gestiti da Mariano Agate che si prodigò, in un'occasione, insieme con i “compari” della 'ndrangheta anche per “aggiustare” un processo che vedeva imputati personaggi di spicco della mafia siciliana. Sul padrino siculo ed i legami con i “cugini” d'Oltrestretto Spatuzza, detto “u tignusu”, è stato estremamente preciso. Leggiamo: «Mariano Agate esponente di vertice di Cosa Nostra è certamente da considerarsi, così come mi spiegarono i fratelli Graviano e così come ho compreso stando in Cosa Nostra, l’anello di congiunzione fra Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta. Questa informazione che ho avuto a suo tempo mi è stata confermata nel corso degli anni durante i quali sono stato sottoposto al 41 bis. In particolare ho potuto rilevare come tutti indistintamente i capi ‘Ndrangheta a partire da Mommo Molè avessero una venerazione per Mariano Agate. Voglio anche ricordare come Pasquale Tegano con me detenuto ad Ascoli Piceno unitamente a Mariano Agate così come lo stesso Franco Coco Trovato quando si rivolgevano a Mariano Agate mostravano un rispetto che si riserva ai capi. Lo chiamavano “zu Mariano».
Il collaboratore di giustizia calabrese, Vincenzo Grimaldi, coinvolto nei primi anni 90 del secolo scorso nella feroce faida di Taurianova, passata alla storia criminale per la decollazione in piazza proprio di un congiunto del pentito, ha invece raccontato dei solidi rapporti esistenti, nello specifico, tra i mammasantissima isolani e la cosche di Gioia Tauro. «Se i siciliani, Nitto Santapaola e Totò Riina, dovevano mandare una “imbasciata” in Calabria di un certo rilievo», svela Grimaldi «si rivolgevano sicuramente in prima battuta a loro».
E i rapporti tra Cosa Nostra e ‘ndrine sono stati sempre così noti agli investigatori che, quando nel settembre del 1982 venne ucciso il generale Carlo Alberto dalla Chiesa a Palermo, fu inzialmente incriminato Nicola Alvaro, di Sinopoli, con il sospetto (infondato) che avesse guidato il “commando” omicida. L’uomo venne successivamente scarcerato e completamente scagionato. I killer entrati in azione erano tutti siciliani e guidati dal ferocissimo Pino Greco detto “scarpuzzedda”.

 

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