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15 anni fa la tragedia dello stabilimento Thyssen di Torino. Il dolore delle madri calabresi

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Era la notte a cavallo tra il 5 e il 6 dicembre 2007 quando scoppiò il devastante incendio nel capannone della Linea 5 dello stabilimento Thyssenkrupp di Torino: le fiamme travolsero 8 operai e in 7 morirono. Una tragedia assurda che toccò l'Italia intera e che interroga ancora oggi, come un severo monito, la coscienza collettiva sul grande tema della sicurezza sul lavoro, spesso oscurata in nome del profitto.

Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò e Giuseppe Demasi: i loro nomi scorrono come un rosario ancora doloroso. Tre di loro avevano appena 26 anni. Oggi sono passati 15 anni e il tempo è come se si fosse fermato anche per la Calabria, che alcuni di loro considera figli suoi. I familiari non si danno ancora pace perché sentono di non aver dato piena giustizia ai loro cari e gridano all'unisono che questa è una battaglia aperta che riguarda tutti, indistintamente.

Rosina Platì Demasi, originaria di Serra San Bruno, piange nel rievocare la storia del suo Giuseppe. E ripercorre con “Gazzetta del Sud” quel viaggio di emigrazione che nel lontano 1979 la portò a Torino. Assieme a lei, ancora chiuse nel dolore, altre madri calabresi: Elena Alosa e Rosa Murdocco. Oggi tutte “sorelle” unite in questa lotta e ritrovatesi in ogni udienza infinita e drammatica: «La scelta di trasferirmi – racconta Rosina Platì – fu obbligata, anche se per me poco felice, perché mio marito Carmelo cercava un’opportunità di occupazione. Inizialmente voleva lavorare in Fiat ma non venne assunto perché era considerato troppo esile. Cosi cominciò a lavorare in un’altra fabbrica fino a quando decise di mettersi in proprio, consegnando bombole di gas». A casa Demasi si respirava amore e dignità che si triplicò nel 1981 con la nascita di Giuseppe, accompagnato poi nella crescita dalla sorella adorata Laura: «Mio figlio era un ragazzo meraviglioso che amava la vita. Noi – ricorda la mamma – eravamo tutto per lui e più tardi abbiamo scoperto che al lavoro parlava sempre di noi. E perfino quando litigavamo, per piccole scaramucce, non riusciva ad andare via senza prima avermi abbracciato. Racconto un aneddoto: nel 2007 sono stata male, perdendo i sensi in casa. E lui, sapendo che non stavo bene, rientrò e riuscì a soccorrermi. Perché il mio Giuseppe era così. Pensava sempre a me. A volte, a distanza di tanti anni, mi torna in mente la giornata che finii in ospedale e mi dico che sarebbe stato meglio chiudere gli occhi, così non avrei visto quello che sarebbe successo dopo».

Leggi l'articolo completo sull'edizione cartacea di Gazzetta del Sud - Calabria 

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