Sabato, 04 Febbraio 2023
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'Ndrangheta, Umberto Bellocco: il boss in carcere comandava... da remoto

“Assi i Mazzi”, al secolo Umberto Bellocco classe ’37: per quasi cinquant’anni il vecchio patriarca – al quale viene ricondotta anche la nascita della Sacra Corona Unita pugliese, fatta risalire alla notte di Natale del 1981 all’interno del carcere di Bari – ha tenuto le redini della cosca di Rosarno. Alla sua morte, il 22 ottobre 2022, è stato quasi naturale il “passaggio di mano” all’omonimo nipote, classe ’83, alias “Chiacchiera”, lui che «ha dimostrato di avere la completa gestione del sodalizio e il conseguente controllo di tutti i consociati».
Figlio di Giuseppe Bellocco classe ’48 e fratello di Domenico classe ’77, detto anche “Mico u Longu”, nelle intercettazioni dei Carabinieri il nuovo boss dà prova di essere un leader temuto: le persone ammesse a confrontarsi con lui hanno esternato sempre atteggiamenti ossequiosi ed accondiscendenti, dimostrando il loro assoggettamento. «Ed è ancora lui che, in continuità con il pensiero del predecessore (come rilevato nel corso dell’indagine Sant’Anna del 2014), dà prova – scrivono i Carabinieri – di essere determinato a far diventare la sua associazione dominante rispetto alle altre».
Neanche il carcere avrebbe fermato l’ascesa di Umberto, oggi 39enne. E la «posizione di primazia» di Bellocco viene rilevata – con il contributo del Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria – rispetto agli altri detenuti del supercarcere di Lanciano, dove il boss rosarnese condannato in via definitiva per associazione mafiosa dal 2014 avrebbe anche intessuto «alleanze trasversali con altre potenti organizzazioni criminali operanti su tutto il territorio nazionale». Fra l’altro, «lo stato di reclusione – sostengono ancora i Carabinieri – non ha impedito a Umberto Bellocco di partecipare attivamente alle dinamiche criminali che hanno riguardato il sodalizio». Un «aspetto reso possibile dalla detenzione illecita di telefoni cellulari», il cui approvvigionamento sarebbe stato favorito «dal supporto di altri detenuti e dai familiari di questi, per lo più semiliberi o ammessi ai colloqui». Così, seppur detenuto nel carcere abruzzese, Bellocco avrebbe potuto partecipare ai summit mafiosi, «potendo espletare tutte quelle funzioni che gli sono state riconosciute in ragione del ruolo di capocosca». Così, secondo i Carabinieri, «le conversazioni con i soggetti ammessi a confrontarsi con il boss sono state utilizzate come strumento di persuasione, anche nei confronti di altri soggetti appartenenti alla ’ndrangheta». Una vera e propria rete avrebbe garantito gli strumenti di comunicazione con l’esterno: microtelefoni cellulari, sim-card e relative ricariche, «strumenti indispensabili» per la direzione “da remoto” della cosca. «I tasti di plastica si rompono. Pure questo sta partendo. Non va bene. Alcuni tasti non vanno», protesta Bellocco intercettato suggerendo al cognato un altro telefonino da reperire: «Guarda sito Nokia e vedi 3310 mini telefono. Vedi se ti dice quanti cm e fa pure le foto vedi». Non ha dubbi il gip: “Chiacchiera” non avrebbe mai smesso di comunicare all’esterno «mediante una serie di telefoni cellulari e schede telefoniche a lui forniti grazie alla collaborazione di alcuni soggetti sia interni che esterni all’istituto». È lo stesso boss, ancora intercettato, a confermare indirettamente: «Quello che ci porta queste cose dice pure se gliene mettiamo due piccoli, ci fa entrare anche quelli, non è che ora sta a guardare i due piccolini. Li puoi prendere un paio, però con i tasti di gomma fra, perché li usa per messaggi lui, perché i tasti di plastica si rompono subito».
Tra le alleanze maturate nel circuito penitenziario spiccherebbe «la stretta collaborazione» con il clan Spada di Ostia. Secondo gli inquirenti «l’accordo, oltre a scandire le gerarchie criminali all’interno del penitenziario, ha riguardato i traffici di cocaina effettuati dalla Calabria verso il litorale romano e la risoluzione di situazioni conflittuali tra gli Spada e alcuni calabresi titolari di attività commerciali nelle aree urbane di Ostia ed Anzio». Proprio in carcere Bellocco sarebbe entrato in contatto con Ramy Serour, esponente della famiglia di Ostia. Quest’ultimo, intercettato mentre conversa con un’altra persona, parla proprio dei Bellocco: «La verità fra’, la verità! Oggi io sono stato invitato ad un tavolo, eravamo diciassette persone, tutti… la ’ndrangheta!. Queste sono persone serie. E pensa te, questo qua mangia… con me».

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