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'Ndrangheta, i killer cutoliani nascosti in Calabria - FOTO

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La storia umana e criminale di Raffaele Cutolo, “il professore”, s’è incrociata spesso con la Calabria. “Don Raffaele” venne battezzato ‘ndranghetista in carcere da Egidio Muraca, storico boss di Lamezia Terme, negli anni 70. I due dividevano la stessa cella e Cutolo rimase talmente affascinato dalla mafia calabrese da ripeterne gradi e simbolismi quando fondò la Nuova Camorra Organizzata. Il camorrista strinse successivamente un patto di ferro con Paolo De Stefano, di Reggio, al quale fece un “favore” impagabile: ordinò a due suoi uomini, Luigi Esposito, 25 anni, di Marigliano e Agrippino Effige, 23 di Arzano, di ammazzare a coltellate in una calda giornata di agosto del 1976, nell’infermeria del carcere di Poggioreale, Mico Tripodo, 53 anni, padrino di Sambatello e nemico giurato di De Stefano. I fedeli luogotenenti del “professore” - tra cui Antonio Puca detto “U Giappone”, Franco De Rosa inteso come “u frattauiolo” e Pasquale Scotti “l’ingegnere”  - allestirono stabili alleanze con Franco Pino, boss di Cosenza ed i suoi accoliti, tra cui Nelso Basile di San Lucido. L’inteso criminale portò in Calabria i killer cutoliani latitanti che trovarono ospitalità lungo la costa tirrenica Paolana.  «A me facevano comodo» ha rivelato Pino «perché andavano a sparare in giro anche se io non volevo avere con loro rapporti diretti». Nel Cosentino arrivarono Sergio Bianchi detto “O Pazzo”, il più feroce sicario della Nuova camorra organizzata. «Sparava come un dio e non gliene fotteva niente di nessuno», ha raccontato Pasquale Barra, detto “Animale”, collaboratore di giustizia per due decenni ma già killer delle carceri per conto di Raffaele Cutolo e che uccise, nel penitenziario di Bad e Carros, Francis Turatello storico capo della mala milanese. Bianchi sparava  per strada, eliminando gli esponenti della Nuova Famiglia che gli capitavano sotto tiro.  “O Pazzo” fu utilizzato per chiudere “contratti” anche nella nostra provincia: uccise, infatti, insieme con il complice Alfonso Pinelli, l'avvocato Silvio Sesti, un bravissimo ed onesto penalista, trucidato nel giugno del 1982  nel suo studio in via Alimena nel capoluogo bruzio. E sempre Bianchi, coi “cumparielli” napoletani, fece sparire Mario Turco e Ines Zangaro, due cosentini legati da una relazione amorosa. Con Bianco “lavoravano” in Calabria Antonio Russo di Afragola, compare d'anello di Nelso Basile; Nicola Flagiello di Sant’Antimo, cognato del celebre camorrista Puca e Alfonso Pinelli di Napoli. I campani si nascondevano sul Tirreno per sfuggire alle forze dell’ordine ed ai sicari avversari. All'epoca, come ha spiegato a più riprese Franco Pino, c'era un preciso accordo con i cutoliani. «C’era un tacito rapporto fra le parti. Nel caso in cui servivano i napoletani si usavano i napoletani, poi quando a loro serviva qualcosa, noi ricambiavamo. Francesco Pagano che stava insieme ai campani andava insieme a loro e ricambiava come doveva ricambiare. Parlo di Pagano perchè qualche volta è andato a Napoli a sparare...».

I timori del capobastone di Cosenza

Se c'era però uno di cui pure Franco Pino aveva paura era Sergio “o pazzo”, alungo nascosto a San Lucido. «Bianchi era una persona pericolosa, aveva ammazzato trecento persone. Praticamente questo usciva la mattina e si prendeva la "taglia" su ogni persona della Nuova famiglia, si prendeva tre milioni a cadavere e ne ammazzava due o tre al giorno. Avrà fatto cinquanta conflitti a fuoco. La polizia di Napoli lo ha circondato e ammazzato per strada. Io avevo paura di lui...» Bianchi chiese al padrino cosentino d'invitare in Calabria il suo amico Franco De Rosa di Fratta Maggiore per poterlo eliminare. Tra i cutoliani era infatti scoppiata una guerra interna. «Io presi tempo, proprio perché temevo la reazione di Bianchi se mi fossi rifiutato. Poi avvisai De Rosa di quello che si stava preparando. Bianchi pretendeva il favore rinfacciandomi di aver per conto nostro compiuto l'omicidio Sesti. Loro volevano eliminare “u frattaiuolo” perchè gli faceva gola quella zona. Io lo chiamai e gli dissi: “guardati che ti ammazzano. Se ti dovessi chiamare chiedendoti di venire non lo fare, non ti fidare neppure di me”». Pino stimava De Rosa e non se la sentiva di partecipare alla sua eliminazione. «Ne aveva combinate di tutti i colori – ha spiegato – ma per me era un buon amico, perciò l'avvisai. Morì lo stesso ma non in Calabria»

I rapporti nella Sibaritide

Raffaele Cutolo aveva un buon feeling anche con Giuseppe Cirillo, capobastone della Sibaritide, il cui cognato, Mario Mirabile, era addirittura stato per un periodo responsabile della Nco a Salerno.  Lì impiantò bische e gestì grandi estorsioni in accordo con "Tore u guaglione" da sempre uomo di fiducia di "don Raffaele" e Vincenzo Casillo, detto "O Nirone" braccio destro del capo assoluto della Nco. Quando però Cirillo venne costretto a lasciare la Calabria per problemi giudiziari, Mirabile fece ritorno nella Sibaritide con il preciso obiettivo di assumere il controllo del clan. Non ci riuscì e venne ammazzato nell’agosto del 1990 a Corigliano. Peppino Cirillo, rimasto solo, nel 1995 decise di collaborare con la giustizia.

Il boss di Cetraro rispettato dai rivali della Nuova Famiglia

I capi pentiti della “Nuova Famiglia”, potente organizzazione camorristica che aveva spazzato via, a metà anni 80, la Nuova camorra organizzata, parlano con rispetto di Franco Muto, il “re del pesce” di Cetraro. Sia Carmine Alfieri che Pasquale Galasso, lo ricordano come un personaggio importante.  Cancellato infatti dalla scena criminale napoletana lo spietato boss di Ottaviano, nella provincia cosentina sbarcarono, lungo la fascia tirrenica, i “ragazzi” di Alfieri, mentre sull'area ionica allungò i propri tentacoli Pasquale Galasso, storico braccio destro di “Don Carmine”. In questo quadro s’inserì Mario Pepe, che investì i capitali guadagnati con usura ed estorsioni, nell'area di Scalea. Il pentito ha raccontato: «In Calabria conobbi un uomo di rispetto che mi portò in un'occasione del pesce fresco mandato da Cetraro. Con me venivano a Scalea Pietro Giordano e Giovanni Gaudio. Io ero capozona della “Nuova Famiglia” di Carmine Alfieri nell’agro nocerino sarnese ma noi, al contrario della Nco, non procedevano alle cerimonie di “battesimo”. Le affiliazioni avvenivano in modo informale». Sui rapporti con Franco Muto, Pepe ha detto: «È stato ricoverato all'ospedale di Napoli e io per rispetto gli avevo messo a disposizione proprio Pietro Giordano. Quando venne dimesso fu Giordano a riaccompagnarlo a Cetraro. Nel ‘90 ho deciso di rompere con Carmine Alfieri ed è scoppiata una guerra interna che ha provocato molti morti. Con me venne a parlare Giovanni Maiale che era il capo zona della “Nuova famiglia” ad Eboli. Aveva una sorella che viveva a Santa Maria del Cedro e quindi conosceva la zona. Parlammo per un giorno intero fino alle quattro del mattino. Muto, in quel periodo si trovava al soggiorno obbligato in un paese del Cilento e andarono a trovarlo per chiedergli di consegnarmi ad Alfieri. Muto non solo non accettò, ma si offese».

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