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LA SCOPERTA

Cosenza, i messaggi criptati contenuti nelle lettere di Aldo Moro

di
Calabria, Società
Carlo Gaudio

I “segreti” di Aldo Moro. Celati nelle lettere inviate alla famiglia ed a tanti esponenti politici durante la lunga prigionia. Lo statista democristiano venne rapito nella Capitale nel 1978 dalle Brigate rosse che massacrarono la sua scorta composta. L’uomo politico venne tenuto in ostaggio in un appartamento di via Montalcini, nel cuore di Roma e poi assassinato. Durante i giorni interminabili della forzata reclusione scrisse importanti missive ma fu quasi fatto passare per un uomo ormai instabile e vinto da una sorta di “sindrome di Stoccolma” nutrita nei confronti dei carcerieri. A ricostruire quelle settimane drammatiche e rimettere ordine nella storia con lo slancio appassionato dello studioso è un professore universitario calabrese, Carlo Gaudio, cosentino, ordinario di Cardiologia alla Sapienza, che sveste il camice di medico e il manto dell’importante cattedratico e si tuffa nella rilettura di quelle lettere con un volume interessantissimo pubblicato dalla Rubbettino. S’intitola: “L’urlo di Moro - Autenticità e intelligenza politica nelle lettere dalla prigione” e reca la prefazione del giornalista calabrese Tommaso Labate.

Le rivelazioni

Il professore Gaudio, figlio di Domenico, senatore della Repubblica eletto nella nostra regione negli anni 70 per la Democrazia Cristiana, rivela nel suo libro come lo statista nella prima lettera spedita alla famiglia ed in quella fatta recapitare a Francesco Cossiga, inviò un anagramma nel quale indicava dove si trovava sequestrato. «È in alcuni incisi» spiega Gaudio « che rivela “io so che mi trovo ai piano 1 di Montalcini numero 8”. La circostanza dimostra quanto Moro fosse lucido tanto da sfuggire alla censura dei brigatisti, riuscendo a comunicare il luogo di prigionia». Il docente universitario calabrese chiarisce le ragioni dell’opera appena pubblicata: «Ho svolto una analisi lessicale delle 86 lettere scritte da Moro, escluse le note testamentarie che non avevano bisogno di commento. Sono lettere politiche e familiari che ho esaminato con la prospettiva di mettermi nella scrittura di Aldo Moro che era in prigione e tentava di mandare messaggi all'esterno. Fu Leonardo Sciascia a intuire per primo che lo statista tentava di comunicare contenuti che andavano oltre quello che appariva vergato a penna. Molti scrittori, giornalisti e studiosi hanno fatto in questi anni una ricostruzione totale del sequestro Moro, ma io ho voluto seguire un approccio diverso per svelare la volontà e la determinazione con cui lo statista democristiano inviò messaggi criptati. Io, voglio ridare Moro a Moro, mostrando con la rilettura accurata delle lettere, la sua intelligenza politica, la sapienza giuridica e filosofica, la lucidità che dimostra in ogni rigo. Una lucidità che gli consente di riuscire a sfuggire alla censura brigatista, attraverso l’inserimento di frasi fuori contesto che contengono precisi messaggi criptati rivolti all’esterno. Mi dispiacque all'epoca sentir dire che Moro fosse un uomo ormai privo di lucidità. Egli stesso ne scrisse alla moglie lamentando di sentirsi “abbandonato”. Gli scritti dimostrano che non era così».

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