Sabato, 16 Novembre 2019
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LA CRISI

Editoria, in Calabria chiuse oltre 500 edicole in 10 anni: a rischio l'antico mestiere del giornalaio

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Una vera e propria ecatombe. Ogni giorno nel nostro Paese chiudono quattro edicole. Un numero impressionante e una stima, quella elaborata dal Sinagi, il sindacato dei giornalai affiliato alla Slc-Cgil, che lascia pochi margini alla speranza: nei prossimi cinque anni potrebbero chiudere almeno altre 6.000 rivendite. Solo nel 2017 hanno chiuso i battenti mille punti vendita.

Il trend negativo investe pure la Calabria. Dalle 1.500 edicole censite nel 2009 si è scesi a circa 1.000 esercizi attivi. È la naturale conseguenza della crisi drammatica della carta, mettersi a vendere giornali oggi è un'impresa da visionari. Eppure qualche segnale di resistenza arriva pure da questa regione, relegata da sempre in coda negli indici di lettura. C'è chi ha deciso di riaprire. A Vibo Valentia, per esempio, dove alcuni coraggiosi hanno deciso di ridare vita alla storica edicola di piazza San Leoluca, in pieno centro città. Una scelta inaspettata, che rappresenta un segnale di fiducia e di speranza per tutti gli operatori del mondo dell'editoria.

Fino a qualche tempo fa i giornali potevano essere trovati soltanto in edicola. Poi, con la riforma voluta dall'allora ministro Pierluigi Bersani, a fine anni Novanta, si sono aggiunti bar, stazioni di servizio, autogrill. Questo in qualche modo ha contributo ad accelerare la crisi degli edicolanti puri. Un mestiere duro, il loro. Sveglia all'alba, alle 5 - in inverno quando è ancora buio -, fino ad arrivare alle 19.30-20. I guadagni? Modesti. Oggi il fatturato della vendita di quotidiani e altri prodotti editoriali tocca la cifra di 1,8 miliardi l'anno, contro i 5,5 miliardi del 2005. A ogni rivenditore spetta il 18,70 per cento di aggio sul prezzo di copertina. Per capirci, per ogni quotidiano venduto - simulando un prezzo standard di 1,30 euro, l'edicolante intasca poco più di 24 centesimi. Insomma, non proprio il massimo che si possa desiderare. Di fronte a tale situazione, oggi le edicole stanno provando a trasformarsi, offrendo non solo la vendita di quotidiani e periodici, ma anche di altri prodotti. Dagli articoli di cartolibreria alle bibite, fino ad arrivare all'offerta di servizi come il pagamento di bollette e ricariche telefoniche, questi esercizi commerciali si stanno trasformando in mini-market.

E tuttavia la preoccupazione resta perché la progressiva chiusura delle edicole sta investendo soprattutto i piccoli centri geograficamente collocati fuori dalle grandi cinture urbane. I più penalizzati sono soprattutto gli anziani, coloro che non potendo muoversi non riescono più ad acquistare un quotidiano. Un paradosso, insomma. Già, perché la popolazione over 65 rimane la fascia maggiormente rimasta fedele all'informazione cartacea. «Nelle piccole realtà - ragiona Sara Barbuto, esponente di primo piano del Sinagi - l'edicola rappresenta un presidio di democrazia, assieme alla caserma dei carabinieri, alla chiesa, all'ufficio postale e alla farmacia. Sparendo questi presidi è come se venisse soppresso il diritto all'informazione».

Un'inversione di rotta potrebbe essere favorita dai recenti accordi stipulati tra Anci, sindacati di categoria e la Federazione degli editori. In particolare sono previste iniziative volte a ridurre i canoni delle edicole per le occupazioni di suolo pubblico; esonerare dall'imposta le locandine editoriali dei quotidiani e dei periodici esposte nei locali pubblici; ampliare le categorie di beni e i servizi offerti dagli edicolanti a cittadini e turisti (pagamento ticket, prenotazioni visite mediche, spedizioni e recapiti corrispondenza, eccetera), garantendo che la parte maggioritaria del punto vendita sia comunque destinato alla stampa; assicurare una presenza capillare delle edicole, anche nelle aree periferiche; individuare criteri volti alla liberalizzazione degli orari e dei periodi di chiusura dei punti vendita con l'obiettivo di garantire la presenza di rivendite di giornali in ogni momento possibile. Provvedimenti che, assieme al nuovo corso inaugurato dal sottosegretario all'Editoria Andrea Martella, potrebbero ridare ossigeno all'intero settore. A giovarne non sarebbero solo edicolanti e imprese editoriali. Ne uscirebbe rafforzata soprattutto la nostra democrazia.

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