Sabato, 28 Novembre 2020
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L'INTERVISTA

"La Bassitalia” ci salverà, vedrete", l'elogio al Meridione di Mimmo Nunnari

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Non poteva sapere che il suo libro sarebbe uscito proprio nel momento in cui la sua Calabria – a cui aveva già dedicato un libro molto brillante, e oggi assai utile, “La Calabria spiegata agli italiani” (Rubbettino, 2017) – è al centro della bufera, in piena pandemia, rivelando a tutti il castello di assurdità, incompetenze e carenze antiche su cui si regge la sua fragile esistenza. Eppure in qualche modo questo nuovissimo “Elogio della Bassitalia. Con qualche invettiva contro il razzismo del Nord” (Rubbettino, nell’agile collana SS19) del giornalista e scrittore reggino (di Bagnara, soprattutto) Mimmo Nunnari – storico collaboratore della Gazzetta e già dirigente Rai, osservatore instancabile della politica e della società – nasce dai lunghi mesi del lockdown e da quella inedita pagina della storia d’Italia in cui s’erano di colpo invertiti i rapporti tra il Nord, in preda al caos, e il Sud, quasi indenne dallo sfacelo, anzi con esempi d’efficienza sbalorditivi.

Così come è in continuità con i saggi precedenti (oltre alla “Calabria spiegata agli italiani” anche “Destino Mediterraneo”, del 2018, che ha ricevuto il Premio Costa Smeralda) la riflessione di fondo sul Sud e la questione meridionale da riformulare e rifondare, ancorandoci però a una certezza che le recenti vicende confermano: non se ne esce da soli; l’Italia è il Sud, l’Italia è la Calabria (che ha una sua “questione calabrese” concentrica alla questione meridionale), non si tratta di corpi separati, ma d’una sola questione, un solo corpo. E la rinascita potrà esserci solo affrontandola assieme, senza pregiudizi e razzismi. Quei razzismi a cui si riferisce Nunnari nel titolo, oggetto d’invettiva sì, ma un’invettiva cortese e affilata, in una tradizione intellettuale di grande finezza che è poi uno dei vanti di questa “Bassitalia” che è un luogo dello spirito prima che della geografia. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Ma esattamente dov'è la Bassitalia? Con quale territorio fisico e psicologico coincide?

«Ah, saperlo! Siccome Bassitalia in realtà è un luogo non luogo o più semplicemente, come credevano gli antichi viaggiatori del Grand Tour, un luogo dell’anima, si sa dove finisce ma non dove comincia. Coincide in ogni caso col Sud del pensiero greco, della cultura araba, della memoria ebraica e con gli splendori e l’autenticità del suo passato, ma allo stesso tempo coincide col Sud del deficit civile, della violenza mafiosa, delle rovine fisiche e morali in cui è stato precipitato da governi e malgoverni, nazionali e locali. Ufficialmente, se dobbiamo proprio tracciare un confine, finisce a Punta Pesce Spada, lo scoglio accogliente di Lampedusa, nell’arcipelago delle isole Pelagie, non a caso appartenente alla placca africana; e così dicendo accontentiamo i razzisti padani che identificano Bassitalia con l’Africa. Per Bossi, poi Salvini e tutti coloro che concludevano le feste pagane con la cerimonia dello svuotamento dell’ampolla d’acqua del Po “Meridionalia” cominciava dopo la linea di confine del grande fiume. Poi, c’è stata la conversione, col mojito a Milano Marittima e il Requiem Aeternum da Barbara D’Urso, e i confini miracolosamente si sono allargati».

Tu sei bassitaliota? Io? E ci sono bassitalioti che vivono altrove, e alcuni che vivono qui ma non lo sono e non saranno mai?

«I bassitalioti sono ovunque. Prima di essere un luogo è un’idea la Bassitalia, una concezione mentale. Chi è nato in Bassitalia continua ad essere bassitalioto anche in Alaska o in Cina o nella Steppa ed è bassitaliota anche chi rapito da questo status è nato da un’altra parte. Anche George Gissing, autore dello straordinario libro “Sulle rive dello Jonio” era bassitaliota d’elezione. Era uno che diceva che il Sud risveglia la memoria del genere umano. Vuoi che non sia bassitaliota? Anche Giuseppe Berto, scrittore veneto di Capo Vaticano, era Bassitaliota. Non era tenero Berto con i calabresi quando diceva che si erano venduti l’anima per un piatto di lenticchie, ma le sue erano critiche che nascevano dall’amore sconfinato per la Calabria. Mi chiedi pure chi sono i bassitalioti a loro insaputa? Ti dico che sono quelli che hanno mentalità suddita, quelli del piatto di lenticchie di Berto, quelli che pur di tirare a campare scelgono di stare con la rozzezza politica di giù e di su, senza distinzione; e bada che non è gente umile , del popolo, ma falsa borghesia evoluta, che non ha il senso dell’appartenenza ad una grande terra che in questo momento, comunque, drammaticamente, confina con l’inferno».

Tu ne fai un elogio, ma con un atteggiamento luminosamente critico. Non pensi che un atto di sincerità nel riconoscere le debolezze e le colpe, della Bassitalia e di tutte le sue regioni (con la minuscola: parliamo di popoli e di individui, non di enti), sarebbe necessario?

«Guarda Anna, quaggiù ci sono stati catastrofi, eventi avversi, episodi che hanno contribuito all’impoverimento materiale e spirituale delle popolazioni; c’è assenza storica dello Stato, che è occhiuto ma non governante, ma non si deve e non si può fare vittimismo. Le colpe del Sud sono grandi quanto il mare. Non ci possono essere facili assoluzioni. La popolazione qui al Sud è educata con percezioni sbagliate del vivere civile; non ha coscienza che i diritti si ottengono in virtù delle leggi, senza ricorrere a gestori di clientele, a gruppi mafiosi che offrono prestazioni e protezioni che sono campi di stretta ed esclusiva pertinenza dello Stato. Siamo ad un passo dal sorgere dello Stato mafia secondo modelli che sorgono non molto lontano, nell’area dei Balcani. Non ci possono essere indulgenze e allo stesso tempo i mali del Sud non possono essere alibi per non fare niente. Se vogliamo essere sinceri, pur considerando la lontananza dello Stato e l’essere stato destinato il Sud, la Calabria in particolare, a zona da sacrificare, per consentire lo sviluppo e il benessere di altri territori. bisogna con chiarezza dire che quaggiù si rotola nel fango della corruzione mafiosa, politica e di poteri occulti, che poi occulti non sono. La mafia unge, contamina i sistemi corruttivi, ramificati nei gangli vitali della pubblica amministrazione, delle istituzioni, dei partiti, tinge la politica, che non si nutre di pensiero, cultura e visioni. Sbaglia però chi generalizza e fa, come si dice, di tutta l’erba un fascio. Questo, non si può più sopportare: è pregiudizio e basta. E cosa sia il pregiudizio lo ha spiegato bene nei suoi libri uno come Primo Levi che lo aveva sperimentato sulla propria pelle e spesso per fare esempi parlava del pregiudizio di Torino nei confronti dei meridionali».

Parliamo della Calabria, che da giorni è al centro delle cronache italiane. Hai già scritto un libro per spiegarla, e non è bastato. Oggi come la spiegheresti?

«La Calabria di oggi è un delirio. Siamo dentro una tempesta e non possiamo volgere il volto verso il sole e girare la schiena alla tempesta perché ci siamo dentro. Siamo, come si dice, nell’occhio del ciclone, e non sappiamo quando e come ne usciremo. È un dolore, e in questo momento è inspiegabile la Calabria e la situazione è pessima, talmente cattiva che non è il momento di tentare di spiegarla. Quando i naviganti sono nella tempesta perfetta, pregano e basta. Ma sono fiducioso in una presa di coscienza, regionale e nazionale. Se la Calabria affonda, anche l’Italia tutta naufragherà. Due conti è meglio che se li facciano gli italiani e la politica prima di tutti».

Tu lo vorresti Gino Strada commissario?

«Ma sì, sarebbe un gesto di rottura al di là di competenze per organizzare un sistema burocratico che lui stesso riconosce di non avere. Ma dopo le barzellette dei commissari esperti e sperimentati, ci possono mandare chiunque. Penso che Strada debba avere però un ruolo legato alla sua capacità di medico e alla sua grande umanità».

Dimmi tre cose per cui la Bassitalia è indispensabile. E tre che vorresti cancellare.

«È indispensabile il Sud per la sua storia, il suo capitale umano e la sua bellezza. Cancellerei la barbarie della mafia, la ipocrita e famelica sudditanza della sua classe dirigente, laddove coincide con mediocrità e malaffare, e cancellerei la categoria mentale del pensare che si sta male perché gli altri ci vogliono male o perché siamo sfortunati e il cielo e la terra ci congiurano eternamente contro».

Il razzismo del Nord lo citi nel titolo, annunci “qualche invettiva” ma poi l'intellettuale illuminista che è in te non si lascia mai davvero andare alla violenza dell'invettiva. Questa sottigliezza è tutta bassitaliota?

«La parola invettiva, diciamolo, mi è stata suggerita da te, mentre scrivevo il libro e a me è piaciuta perché mi ricordava le celebri invettive di Balzac, che però ce l’aveva coi giornalisti. Io ce l’ho con i padani con la faccia dipinta di verde e le corna celtiche attorcigliate intorno alla testa. Ma hai ragione nel dire che non c’è violenza nella mia invettiva. Anzi, come mi scrive in una belle lettera lo storico e meridionalista Sergio Zoppi che ha letto il libro le invettive secondo lui sono ferme e gentili, scritte da mano e mente sicuri. Poi, mi dice che sono riuscito a fondere armoniosamente verità e poesia con continui richiami, sovente struggenti, a un glorioso, incancellabile passato. Ma questo non lo diciamo. È una lettera privata, non una recensione».

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