Lunedì, 21 Settembre 2020
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LA POLEMICA

Calabria Film Commission, eredità da non disperdere. Surreale l'attacco a Muccino

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Le luci della serata finale in Laguna per la 77esima edizione della Mostra del cinema. La Coppa “Volpi” in mano a Pierfrancesco Favino per “Padrenostro”, film diretto da Claudio Noce che racconta la storia del vicequestore Alfonso Noce (padre del regista vittima di un attentato terroristico). Sotto i riflettori di mezzo mondo c'è anche il trionfo di una Calabria - parecchie scene sono state girate tra la Sila, la Costa jonica e Scilla - rappresentata non secondo consolidati cliché. Sale alla ribalta l'immagine di una terra che l'attuale governatrice Jole Santelli non si stanca di definire «un set a cielo aperto». Se oggi si brinda al successo, è per la giusta intuizione avuta dagli ex vertici della Calabria Film Commission di puntare su un'altra pellicola di qualità. «Abbiamo creduto - spiega a fari spenti l'ex responsabile della Film Commission, Pino Citrigno - fin dall'inizio nel valore del film di Claudio Noce e nel potente messaggio che lanciava. Recuperando un momento importante della nostra storia d'Italia, puntando i riflettori su un personaggio positivo per il nostro Paese».

A questo punto, i traguardi raggiunti devono segnare la continuità. Toccherà a Giovanni Minoli - personaggio che ha scritto alcune tra le pagine più importanti del giornalismo radio-televisivo del nostro Paese - non disperdere un patrimonio costruito nel corso degli ultimi anni attraverso un lavoro costellato più da luci che da ombre. Il cinema può rappresentare uno dei mezzi per esportare l'immagine di una Calabria diversa: non un Eldorado - sarebbe da folli soltanto immaginarlo considerati gli atavici problemi ancora lontani dall'essere superati - ma un luogo capace di valorizzare le proprie peculiarità. Le bellezze naturali, le tracce di storia ancora ben visibili a queste latitudini, la resilienza di chi ha scelto di vivere qui e mettersi quotidianamente in gioco, rappresentano gli elementi su cui fare leva per costruire prodotti di qualità, capaci - come è successo con “Padrenostro” di Noce e Favino - di raccogliere consensi nelle rassegne cinematografiche più blasonate.

Sempre in questa direzione, si capirà tra non molto se il cortometraggio diretto da Gabriele Muccino, che avrà il compito di raccontare in chiave «emozionale» la «regione degli agrumi» (clementine, cedro, bergamotto, limone), sarà un'opera all'altezza delle aspettative che l'hanno fin qui accompagnata. Il corto - costo 1,7 milioni, distribuzione esclusa - rappresenta un po' il “manifesto” con cui la Giunta targata Santelli intende cambiare il paradigma della rappresentazione della Calabria. «Abbiamo scelto Muccino - è stato il mantra della presidente della Regione - perché è il regista dell'amore, chi meglio di lui potrà far innamorare della Calabria?». E d'altronde, a guardare il curriculum del regista di film di successo come “L'ultimo bacio” e “La ricerca della felicità”, sarebbe difficile trovare punti deboli in una scelta di questo tipo. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che qui lavorano (spesso) nell'ombra artisti con capacità straordinarie, ma intanto è sull'opera compiuta che andrà valutata la decisione dei vertici della Cittadella di affidare a Muccino la missione di rilanciare l'immagine di una regione incastonata tra il Pollino e lo Stretto.

Per tutti questi motivi risulta poco comprensibile, quasi surreale, la polemica lanciata sui social da Nino Spirlì, poliedrico vicepresidente della Giunta regionale, un tempo forzista e adesso passato convintamente sotto le insegne della Lega. Dietro l'invettiva ci sono le critiche di Muccino al leader dem Nicola Zingaretti, “reo” di aver espresso solidarietà a Matteo Salvini, aggredito da una giovane congolese durante un comizio elettorale in Toscana. «Purtroppo - è stato lo sfogo social di Spirlì - il miracolato non sempre onora il miracolo. E la riconoscenza al pane lo si dimentica dopo il primo boccone». Ci sarebbe da sorridere e, invece, l'attacco portato dal numero due dell'esecutivo calabrese preoccupa perché rivelatore di una concezione padronale, quasi feudale, del potere politico.

In sostanza, Muccino avrebbe dovuto solidarizzare con Salvini - va da sé, ovviamente, che qualsiasi tipo di violenza dev'essere sempre condannata - sol perché destinatario di un incarico (e del relativo compenso) elargito da una Giunta regionale in cui la Lega ha un ruolo da protagonista. Strana concezione di libertà di pensiero e coerenza politica. Già, perché c'è una evidente contraddizione tra il vicepresidente che condivide la scelta della governatrice Santelli di affidare a Muccino la promozione dell'immagine della Calabria e quello che su Facebook definisce «stentati», i film dello stesso regista. Va a finire che per compiacere al capo (in questo caso Salvini), Spirlì sia scivolato sulla classica buccia di banana.

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