Giovedì, 26 Novembre 2020
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IL CONCERTO

Fulvio Cama a “Grecàntico”, quella lunga storia comune tra le due sponde dello Stretto

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«C’è una koinè, un gruppo umano particolare e caratteristico, che si è ritrovato sulle sponde dello Stretto, uno spazio omogeneo che parte da Vibo Valentia e arriva fino a Siracusa». È molto ampio questo spazio, ma è necessario per racchiudere gli eventi e le connessioni stabili che hanno interessato le popolazioni rivierasche di queste parti estreme di Calabria e di Sicilia. Uno Stretto che si apre e si chiude con due vulcani. Un’area sociale, culturale, linguistica e politica omogenea e duratura. Lo ha detto, con passione e chiarezza, il professore reggino Daniele Castrizio, docente all’Università di Messina, a “Grecàntico”, l’ammaliante esperimento culturale creato dal “musicantore” Fulvio Cama in collaborazione con altri artisti visionari: il poeta Nanni Barbaro, il videomaker Saverio Autelitano e il percussionista Dario Zema.

Questo il “manipolo di guardie” – condotto per la serata della “Fata Morgana” Elisabetta Marcianò – che in una calda notte di agosto ha rievocato le immagini e le suggestioni della storia. Un mix di parole, musica, suoni e visioni per raccontare chi siamo e da dove veniamo. Non per nutrire lo sterile orgoglio di chi non ha altri meriti se non quello di essere nato qui, ma per sollecitare la giusta responsabilità di chi, essendo nato qui, ha la responsabilità di preservare e tramandare questa storia a cui appartiene. Quelle mura, riduttivamente chiamate “greche” per una sera hanno fatto da magnifico proscenio: le musiche di Fulvio Cama e le parole di Daniele Castrizio hanno dato voce ai blocchi di arenaria che da duemilacinquecento anni stanno silenziosamente allineati nel luogo in cui “appena” cento anni fa è nato l’attuale Lungomare. Una porzione di cinta muraria, ultima testimone di un sistema difensivo molto più articolato e complesso che, come ha ricordato Castrizio, ha svolto la sua funzione difensiva e identitaria ben oltre il periodo greco fino alle soglie dell’età moderna quando – siamo al post terremoto del 1783 – le mura della città sviluppatesi nei secoli diventano un ostacolo da abbattere per consentire l’espandersi del tessuto urbano.

Nella valenza culturale dell’appuntamento ha creduto la città metropolitana che ha finanziato il progetto presentato dal Comune di Reggio Calabria. Gli occhi dell’assessore Irene Calabrò, al di sopra della mascherina, parlavano più della voce per l’emozione: «In questi mesi abbiamo sentito la mancanza della cultura, ma abbiamo comunque voluto testardamente garantire degli eventi in sicurezza perché la città ha bisogno di riappropriarsi della sua storia».

Ha spiegato Castrizio: «Una città dentro le mura appartiene a qualcosa. Queste sono le mura dei nostri antenati. Queste mura hanno fermato gli arabi ma non hanno impedito l’incontro degli uomini». Sì, perché oltre le mura c’era il porto che si affacciava su quella tavolozza di colori che è lo Stretto. Colori perennemente in mutamento come le onde e le maree. Il porto di Reggio non era quello che conosciamo oggi. Era uno spazio marino ampio e protetto dal promontorio Artemisio o Pallanthion, comunemente conosciuto come punta Calamizzi. Uno dei porti più importanti del Mediterraneo, prima ancora che arrivassero i greci nel VIII secolo. Era «come una punta di pescespada che girava come la falce di Messina», ma a differenza della sua gemella siciliana la città di Reggio nel porto aveva anche l’acqua dolce portata dalle falde dell’Apsia, «il più sacro dei fiumi». Porto già presente all’epoca micenea, quando si fondò nei sui pressi un tempio dedicato alla divinità femminile di Reggio, Artemide Fascelide, una dea portata in processione a settembre (sic!).

«Questa dea chi la porta a Reggio? Ifigenia, la figlia di Agamennone poco dopo la caduta di Troia». Il porto era il migliore della Calabria, capace di ospitare nella sua rada 200 navi ateniesi di passaggio nella guerra contro Siracusa. Ma non basta. C’era poi un altro porto sussidiario a Pellaro per servire le fornaci che producevano le anfore vendute in tutto il Mediterraneo. Castrizio fa sognare rievocando i tesori presenti solo a Reggio e ad Alessandria d’Egitto come i gioielli a testa di ariete. «Questo era il porto in cui poteva essere trovato qualunque tipo di prodotto, dal vino all’ambra, allo stagno di Atene». E’ un’invocazione, la sua: «Bisogna guardare a questa città che dopo Anassila ha avuto una flotta di 80 triremi creata per liberare il mare dai pirati etruschi, i temibili Dromoni sputafuoco». E infine: «Se potessimo guardare questa terra con gli occhi antichi ci innamoreremmo di lei…».

E se Castrizio parla all’immaginazione dei presenti con le sue rievocazioni antiche, Cama imbracciando la chitarra sollecita le emozioni, passando da San Francesco di Paola che giunge a Messina utilizzando il mantello come traghetto a Colapesce, immobile sul fondale a sorreggere la Sicilia per sempre, alla Fata Morgana, omaggio alla conduttrice della serata che si gusta estasiata la rievocazione del mito mentre alle loro spalle scorrono le immagini oniriche di Saverio Autelitano. Lo Stretto come luogo che unisce, prima che separare,

«Fino al terremoto del 1908 – dice Castrizio – c’erano molti più greci a Messina. C’erano addirittura i casali greci. E questi centri avevano rapporti regolari con gli abitanti dell’altra sponda. Tutto quello che succede da una parte si riverbera dall’altra, basti pensare alle fornaci di Pellaro e Taormina. La nostra lingua è la stessa. Siamo gli stessi siculi e gli stessi greci. Siamo lo stesso popolo che è sempre stato unito nel cibo, nella cultura e nella geografia. Nella storia della Sicilia ci troviamo Reggio. Se ripercorriamo la storia della Calabria, Reggio non la troviamo. Quando c’erano i romei (i bizantini), noi comandavamo a casa nostra. I nostri figli facevano carriera diventando ministri e patriarchi a Costantinopoli. Pensiamo a Baarlam di Seminara o al domenicano Lorenzo Bendici di Reggio, amico di Tommaso Campanella».

Un richiamo storico e politico preciso quello di Castrizio. È a questa radice comune che bisogna tornare a guardare per disegnare linee di sviluppo futuro. Possibile che non si trovi una volontà politica convergente capace di superare i campanilismi sterili e mediocri che non portano nulla di buono e di duraturo? Per farlo occorre nutrirsi dei giusti valori di servizio alla collettività partendo dalla consapevolezza dell’eredità storica e culturale che ci è stata gratuitamente lasciata dalle generazioni precedenti. Oggi abbiamo i mezzi e le intelligenze per cogliere per intero questo patrimonio e metterlo a profitto per il bene di tutti.

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