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Coronavirus, quel luogo che tutti chiamiamo “casa”: si resta per necessità e per responsabilità

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«Io resto a casa»: questa immagine della «casa» in cui «si resta» o «si torna» per necessità, per responsabilità, per scelta civile e morale, è certo una di quelle che porteremo con noi, e da cui difficilmente ci libereremo, un domani. Dopo questa esperienza, la «casa» verrà cercata, percepita, vissuta, sognata, fuggita in maniera completamente diversa da come eravamo stati abituati a fare negli ultimi cinquant'anni, per lo meno in questa parte del mondo.

Per poter immaginare il nuovo senso, la nuova nostalgia, la nuova percezione che la «casa» avrà nel futuro, forse, è utile ripensare come è stata vissuta finora nelle diverse peculiari realtà. Nell'universo contadino da cui provengo, nei paesi, nei grandi centri, lo spazio abitato era definito rispetto a un centro, la casa, il campanile, il paese. La casa era il «centro» di quel «centro del mondo» che a sua volta era il paese. Luogo di fondazione mitica, proiezione dell'io, centro di unità produttiva e lavorativa, luogo della famiglia, del ritorno dei morti, della nostalgia e della memoria, rifugio, punto di partenza da cui cominciava il viaggio nel mondo e dove quasi sempre finiva. Nella mia cultura di origine, «mi ricogghiu» significava ritirarsi a casa, appartarsi, mettersi in meditazione, tranquilli, sentirsi al sicuro con se stessi e con i propri familiari.

La casa è il mio centro, il luogo che ci rappresenta. Anche la campagna, l'orto, erano in un certo senso un'estensione della casa. Nella società tradizionale si apparteneva ad una casa, a un orto, a una proprietà, a una località, a una chiesa. Cosa non si è fatto per la casa nella società tradizionale, del passato! Litigi, risse, maledizioni. Perdere la casa era perdere tutto. La peggiore maledizione che si poteva lanciare a una persona era che davanti alla sua casa crescesse l'erba. La casa vuota era la fine di tutto. Morire lontano da casa, non poter fare uscire da casa i defunti per attraversare il “ponte di San Giacomo”, non poter accompagnare il moribondo negli ultimi istanti della sua vita, non poter elaborare il lutto nella propria casa comportavano smarrimento, angoscia, disperazione. Abbiamo visto in questi giorni come usanze, pratiche, credenze, rituali messe in atto durante la malattia, l'agonia, la morte, il lutto, che sembravano essere state cancellate e rimosse, in realtà siano tornate come rimorso e rimosso, a conferma che forse troppo sbrigativamente avevamo immaginato di esserci liberati di quelle che consideravamo pratiche arcaiche, inadatte alla “modernità”, e che invece, nelle situazioni di crisi e di catastrofe, riportano l'uomo alla sua fragilità, al bisogno di condividere il dolore con gli altri, alla necessità di mettere in atto parole, gesti, riti che, comunque, ti possano restituire la “presenza” anche mentre l'intero mondo sembra finire.

Le abitazioni del passato erano spesso precarie - tuguri, baracche, stanze dove vivevano, mangiavano e dormivano anche dieci persone, spesso assieme agli animali - eppure il “crollo”, la perdita, della casa era la più grande sventura, esito di una terribile maledizione. L'esperienza concreta che la casa possa crollare, scomparire, essere travolta, trascinata, rovinata (a seguito di continui e devastanti terremoti, di alluvioni e frane periodiche) accompagna le persone dei paesi del passato, spiegandone anche quel tratto d'incompiutezza, di provvisorietà, di precarietà. I paesi arroccati e appesi sono un miracolo di equilibrio e di abilità costruttiva, frutto di genialità, di storie ripetute di abbandoni e di ricostruzione.

Non bisogna dimenticare però che la casa era spesso un posto appena vivibile. Il paese fino a tutti gli anni cinquanta è agglomerato fatiscente, luogo della sporcizia, della malattia, della fame contadina. Fumo, vento, cimici, insetti, acqua piovana. Per poter costruire una casa decente, abitabile, dignitosa, le persone, tra fine Ottocento e inizio Novecento, e poi nel secondo dopoguerra, emigravano, fuggivano. Molti riuscivano a costruire una casa bianca, linda, pulita, a due piani, col bagno. Suscitavano così il sarcasmo dei notabili che, da parte loro, sostenevano che contadini e braccianti, per colpa dell'emigrazione, volevano mangiare, bere, vestirsi, avere le stesse comodità a loro riservate... Gli «americani» che ritornano modificano il paesaggio urbano, la struttura del paese, la tipologia delle case, l'organizzazione dello spazio. La casa diventa segno di distinzione e di affermazione sociale anche per i poveri.

Poche popolazioni come quelle calabresi (per una storia controversa, segnata da catastrofi, invasioni, fughe) vivono una contraddizione così forte, hanno contemporaneamente il senso di radicamento e quello della fuga. In nessun altro posto si sono conosciute storie di tenace attaccamento e di estrema mobilità. E c'è un altro grande contrasto delle genti di Calabria. La casa come interno e la casa come esterno. La casa in cui noi ci ritroviamo, ci amiamo, magari ci odiamo e la casa da cui escludiamo gli altri. La casa è la madre, la ricerca del padre, uno spazio per l'ospitalità, come nel Vangelo e come nella cultura popolare. L'esterno è incompiuto e questo può oggi raccontare un'identità sospesa dei calabresi. L'incompiutezza e il non finito sono legati a una storia di precarietà, al desiderio di avere comunque un rifugio, hanno ragioni antiche ma anche recenti. Spesso il non finito, l'incompiuto è stato il frutto di speculazioni edilizie, di una cementificazione violenta, di una consapevole distruzione del paesaggio e della bellezza che ha visto come protagonisti i ceti dirigenti, le mafie nascenti, gli speculatori ad oltranza.

Chissà se domani non torneremo a prima. Sapremo costruire in maniera più rispettosa dei luoghi e del paesaggio? Chissà se cercheremo, davvero, in maniera non retorica, la bellezza e avremo cura della natura? Chissà se riusciremo a fare capire che avremmo bisogno di ospedali attrezzati, di case per anziani che non siano lager, di scuole, di musei, di biblioteche? Se usciremo dalla cultura delle incompiute, dell'emergenza (che fa comodo a chi prospera sulle catastrofi) per mettere in sicurezza i paesi, i centri storici, per avviare piani di rigenerazione?

Torniamo al senso forte e ambivalente che abbiamo avuto per la casa. La parte esterna della casa può rimane non finita, può essere anche brutta perché non riguarda noi, riguarda gli altri che sono esterni a noi. La casa come luogo di accoglienza, ma anche come luogo dell'esclusione. La casa, allora, diventa un vuoto, un luogo di lutto. Introduce in quella Calabria sotterranea, nelle nostre ombre. Quelle ombre che non vanno negate, ma conosciute, assorbite, controllate. Il rischio che la casa chiuda, che tutte le case chiudano, che i paesi finiscano, forse può essere scongiurato anche pensando a un diverso uso della propria casa, accentuando quei tratti dell'ospitalità e dell'accoglienza che pure appartengono alla nostra tradizione.

Dobbiamo accorgerci degli altri, riconoscerli. Non soltanto a parole. Nemmeno i paesi più chiusi e interni sono gli stessi. Lo straniero bussa a tutte le nostre porte. Nella cultura tradizionale il forestiero poteva essere il nemico, la persona ostile ma anche l'amico, l'ospite, Cristo che girava per il mondo. Dobbiamo avere presente questa immagine dell'altro. Riscoprire, reinventare queste tracce della tradizione.
Bisogna pensare a tutto questo. Adesso che mutano i concetti di dentro e fuori, casa e strade, partire e restare, Nord e Sud, montagne e marine, accoglienza e rifiuto, lutto e rigenerazione, quotidianità e festa, noi e altri, noi e noi.

Adesso che stiamo pensando a chi è morto fuori casa, a chi a casa non è potuto tornare, a chi si è sentito trattare da straniero anche da un proprio fratello, a chi diceva “trasite” e adesso dice “non tornate”, adesso che sappiamo che molti non hanno una casa dove “chiudersi” e che milioni di persone vagano per migliaia di chilometri privati di una fissa dimora, adesso dobbiamo immaginare una casa sicura e aperta, accogliente e vivibile, dovremmo, da oggi, pensare a un nuovo senso dell'abitare e di rigenerare i luoghi, le comunità, noi stessi; dovremmo pensare al pianeta come a una grande Casa, dove ci sia posto, dignità, vita per tutti.

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