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Il Natale secondo Vito Teti: "Non rinunciamo all’antico universo sacro e magico"

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"Ancora lo scorso anno, nella mia famiglia la sera della vigilia di Natale era accompagnata dalla telefonata di doppi auguri a Salvatore Piermarini, nato nella notte tra il 24 e il 25 dicembre. Negli ultimi vent'anni, a mezzanotte di Capodanno sono stato accanto a mia madre". E' il ricordo dell'antropologo calabrese Vito Teti: "«Figlio mio, un altro anno l'abbiamo passato». Quest'anno che mamma se ne è andata dopo una lunga e tenace battaglia contro la morte, che Salvatore ha intrapreso un altro viaggio prima che potessimo fargli gli auguri per i settant'anni, in cui tanti altri ci hanno lasciato, sono impegnato a fare dolorosamente i conti con assenze importanti. Non posso che ricordare il mondo da cui provengo e a cui, pure con tante diverse identità, sento di appartenere".

Da inizio dicembre fino all'Epifania tutte le feste erano improntate a convivialità e abbondanza, a volte solo desiderata e sognata. Il «digiuno della vigilia» di Natale prevedeva in tavola nove, o tredici, o venticinque «cose». In molti paesi della Calabria resiste ancora la memoria dell'usanza di lasciare apparecchiata la tavola dopo la mezzanotte per una persona scomparsa di recente o per Gesù Bambino. Ancora oggi, le feste, con i banchetti abbondanti e con piatti rituali e tradizionali, costituiscono un legame, attraverso il cibo, con i defunti che vengono ricordati. «Bonu Capudannu / Facitimi la strina ca si no mi dannu». Ancora bambino, a metà degli anni 50, ascoltavo questa espressione augurale che altri miei coetanei, malvestiti, a volte senza scarpe, rivolgevano con aria timida e speranzosa a chi apriva loro la porta. Nonna e mamma porgevano dolci fatti in casa, nacatole, pignolata, o anche zeppole, fichi secchi, noci, nocciole, arachidi e qualche caramella. Il boom economico era nell'aria, ma nel paese la fame e la miseria regnavano, appena attenuate dalle rimesse degli emigrati, come mio padre che era a Toronto per cercare, per me, pane e cultura.

Da grande, nel paese di qui e in quello di Toronto, avrei visto aprirsi porte e case, tavolate e cantine, sorrisi e cuori, a me che ero nipote di comare Felicia, che la sera, discretamente, bussava alle case dei poveri portando un panetto di pane, un pugno di farina, un pezzo di grasso o di formaggio. Con i cugini e gli amici, fino ai primi anni 60 cominciammo anche noi ad andare a cercare la strenna il giorno di Capodanno. Era un gioco, un'esperienza da condividere, ma quando una porta si apriva quello che provavamo era molto vicino alla felicità. Al mattino, salvo future disgrazie, la prima persona da cui si ricevevano gli auguri doveva essere un uomo, meglio un bambino.

A Capodanno dovevo alzarmi presto per andare a bussare alla porta di Caterina e delle tre figlie, grandi narratrici di storie e di leggende. Quando mi aprivano, formulavo gli auguri, mi abbracciavano ed era una piccola festa, con dolci fatti in casa, confetti, le prime merendine. Ero protagonista di un rito di rifondazione e di rinascita, dove il bisogno concreto di mangiare e di superare la fame raccontava un'esigenza di sopravvivenza naturale e culturale.

Avrei svolto, con una certa soddisfazione e partecipazione, quel compito anche da grande, quando tornavo dall'Università. Nonna e mamma mi facevano uscire di casa e poi tornare, per essere il primo a fare gli auguri di Capodanno. Proteggevo anche la mia casa. Si evitava accuratamente di lasciare i panni amprati, stesi ad asciugare, perché potevano attirare i defunti. I defunti che, a mezzanotte, facendo cadere una pietruzza sul tetto potevano annunciare un lutto che avrebbe colpito entro l'anno la casa.

Nella notte dell'Epifania gli animali magicamente potevano parlare male dei padroni che li avevano maltrattati. Il mondo alla rovescia riportava ai miti di Giano e Saturno, all'età dell'oro, al desiderio di cambiamento e di benessere. I riti raccontavano e riflettevano anche profonde diseguaglianze sociali e tra i sessi esistenti in una società patriarcale e segnata dal bisogno.

Nel tempo avrei conosciuto vigilie e giorni di Natale, Capodanno, Epifania molto diversi da quelli dell'infanzia. Perché ritorno, in un tentativo di meditazione e di raccoglimento, ai quei riti, volti, cibi ed emozioni? Forse perché, come scrive Corrado Alvaro, tutto accade in quei primi interminabili dieci anni trascorsi nel paese o nel luogo natio e il resto della vita non è altro che una sorta di conferma, esplicitazione, inveramento di quegli anni. Forse perché, in fondo, non sono mai andato via dal paese in cui giravo e giocavo alla strenna. Forse perché, dopo un lungo peregrinare ed errare (nel duplice significato del verbo), la vita mi ha lentamente riportato a casa. Dovunque ti trovi qualcosa ti manca e qualcosa ti riempie.

Ricordare l'età dell'attesa: il ritorno del padre emigrato in Canada, la Befana con le susumelle e i torroni di Soriano, la messa di mezzanotte per dormire, sognando, sulle sedie della chiesa, le letterine e le interminabili giocate a “stop” e “sette e mezzo”, le serenate e i primi veglioni. Ricordare non significa sognare un ritorno al passato ma meditare su questo presente pieno di oggetti e vuoto di valori, denso di conoscenze e scarso di legami autentici.

La fine dell'idea di una storia necessariamente “progressiva” aiuta a vedere nella nostalgia non tanto un sentimento regressivo, quanto un'emozione in grado di aiutarci a criticare il presente e ad affermare un'idea di futuro diverso da quello che ci impone la più selvaggia globalizzazione e l'omologazione basata sui profitti di pochi. Mentre scrivo l'Occidente obeso e ortoressico, che oscilla tra manie e fobie del cibo, si tuffa senza ritegno in abbuffate senza più alcun valore simbolico e rituale, in sprechi alimentari che darebbero da mangiare a milioni di affamati. Annaspiamo, senza un'idea di futuro, in città sempre più blindate, affogando paure e angosce in montagne di cibo. In altre parti del pianeta, fame e sete, iniqua distribuzione delle risorse sono i fattori delle guerre e degli spostamenti di popoli.

La sensazione della necessità di un nuovo modello di sviluppo, di un'ecologia e di un'etica per salvare il mondo si diffonde. Piccoli gesti quotidiani sembrano, così, riportare al passato, che non torna e non può rivivere, ma invia messaggi e lezioni. Non si può rimpiangere ciò che non torna, ma si può cogliere, in maniera nuova, il legame tra divinità, natura, uomo, terra, produzione. Non so se tanti riti, tanti presepi viventi, tante riscoperte di rapporti e di luoghi - che avvengono contraddittoriamente assieme a sprechi, violenza, dispersioni - indichino una nuova strada. Non so se tra abbondanza e fame si possa scoprire il valore della sobrietà e della moderazione: riscoprire o inventare l'arte, la pazienza, la capacità di svuotare ciò che è troppo, inutilmente, pieno e di riempire ciò che è troppo, imperdonabilmente, vuoto. Forse meno panettoni, che si buttano, e più carezze, che non sappiamo fare.

Il dialogo tra vivi, defunti, santi, animali e il legame tra cibo, morte, rinascita saranno certo il frutto della fantasia di una civiltà ormai scomparsa. Ma - se, come diceva Alvaro, ognuno è responsabile del proprio tempo - io non posso rinunciare alla nostalgia di quell'universo sacro e magico perché è l'unico che mi consente di placare il rimpianto per coloro che non ci sono più, che mi fa ascoltare il clamore dei miei defunti e mi permette di continuare a dialogare e ad ascoltare, a tenere vivi dentro di me mamma, Salvatore e tanti altri.

Natale e il periodo natalizio sono una festa se siamo in grado di viverla, con pena e con memoria, con pathos e sacralità, assieme ai fratelli assenti.

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