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L'INCHIESTA

La “fratellanza” tirrenica e il mistero della loggia di Scalea

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I Pm di Paola stanno analizzando telefonini e tablet di 11 indagati sospettati di appartenere ad una struttura massonica segreta

La loggia a... metà. In parte “regolare” e in parte “coperta”. I magistrati inquirenti di Paola, diretti da Pierpaolo Bruni, spulciano elenchi e cercano statuti per venire a capo della singolare storia della “officina” massonica scoperta nell’Alto Tirreno cosentino. La presenza della struttura massonica viene rivelata dalle intercettazioni ambientali e telefoniche eseguite dai carabinieri per far luce su due presunti “cartelli” composti da tecnici e imprenditori che avrebbero esercitato una sorta di monopolio sui lavori pubblici affidati da diversi comuni nel Cosentino. Gli investigatori scoprono la celebrazione di strane riunioni nell’area riservata di un bar di Scalea. Non si tratta di un “tempio” rituale, cioè della sede ben individuabile e indicata di una loggia, anche se tra le persone su cui i pm Maria Francesca Cerchiara e Antonio Lepre puntano le loro attenzioni ve ne sono tre regolarmente iscritte alla Obbedienza italiana di Piazza del Gesù. E non lo nascondono: anzi, i carabinieri entrano in possesso delle loro schede di adesione. E gli altri partecipanti alle “riunioni”? Ecco che spunta un’associazione culturale. Il procuratore Bruni ed i pubblici ministeri approfondiscono e identificano l’esistenza di una vera e propria struttura assimilabile ad una loggia. La circostanza il 27 gennaio scorso li induce ad eseguire una raffica di perquisizioni contestando pure il reato punito e previsto dalla famosa Legge Anselmi. L’ipotesi di reato formulata dai magistrati inquirenti nel decreto di perquisizione è precisa: «partecipavano ad un associazione segreta in violazione dell’articolo 18 della Costituzione, occultando la sua esistenza e tenendo segrete congiuntamente finalità e attività sociali e rendendo sconosciuti in tutto e in parte i soci, così svolgendo attività diretta ad interferire sull’esercizio di enti pubblici con particolare, anche se non esclusivo, riguardo ai Comuni del versante tirrenico rientranti nella provincia di Cosenza, attività finalizzata all’accaparramento e spartizione di appalti pubblici». Lo scenario descritto ricorda le indagini recenti concluse a Reggio Calabria dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo. Una sorta di “comitato” - questo sembrerebbe essere il senso dell’azione giudiziaria - avrebbe interferito nelle decisioni assunte da enti pubblici territoriali. Un “comitato” forte dell’appartenenza dei proprio componenti a un’associazione abituata a maneggiare cappucci, compassi, triangoli e cazzuole. Nei giorni scorsi, il 30 marzo, i carabinieri si presentano in Prefettura per acquisire gli elenchi e lo statuto della individuata loggia attiva in sede locale e diversa rispetto a quella in cui risultano regolarmente iscritti i tre originari indagati che ha invece matrice ed espansione su tutto il territorio nazionale. Gli elenchi e lo statuto non ci sono, perché nessuno li ha mai trasmessi all’Ufficio del Governo. Nelle stesse ore i magistrati inquirenti ordinano il sequestro di telefonini e tablet di 11 persone. L’obiettivo? Accertare i loro rapporti, analizzare la messaggistica whatapp, trovare tracce di eventuali rifermenti alla struttura massonica. E l’associazione culturale su cui pure i pm starebbero indagando? L’ipotesi è che possa essere il paravento dietro cui si celerebbe l’ipotizzata «officina» “coperta”. Solo il prosieguo delle indagini svelerà se è davvero così.

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