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Il boss di Reggio Calabria chiamava con il telefonino dal carcere: «Mi sto scialando»

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'ndrangheta, Reggio, Calabria, Cronaca
Maurizio Cortese

Non bastava a Maurizio Cortese, il nuovo capo della cosca Serraino detenuto nel carcere di Torino per scontare la condanna a 11 anni e 6 mesi subita nel processo “Epilogo”, relazionarsi con il mondo esterno attraverso le “imbasciate” che affidava alla moglie: per comandare nelle dinamiche della ’ndrina Serraino e per impartire ordini ai fedelissimi del clan si era attrezzato di un telefonino cellulare che custodiva, ed utilizzava, beatamente dal cella dove era recluso.

Si credeva onnipotente Maurizio Cortese a tal punto da «spiegare» personalmente nel corso di una conversazione telefonica del 7 aprile 2019, «come fosse riuscito ad introdurre all’interno della casa circondariale l’apparecchio telefonico». Dialogava con Giuseppe Pitasi il boss di San Sperato descrivendo l’ambiente carcerario «pieno di guardie corrotte» e spifferava come uno degli agenti penitenziari (di origine calabrese), intascando 500 euro, si fosse prestato a consegnargli abusivamente il telefono.

Loro sparlano e Procura antimafia e Squadra Mobile annotano: «Cortese: Sai che brutto questo carcere dove sono, bruttissimo... pure di guardie corrotte cose con 500 euro mi ha portato il telefono… Questo passa e mi fa hai bisogno qualcosa? Di te mi fido che sei calabrese. Gli ho detto io porta un telefono».

Ed era esattamente in cella quando si vantava di essere munito di cellulare: «Pitasi G: E ora dove sei sotto le coperte che parli? Cortese: No nel bagno, parlo piano che non passi la conta che mi sente, hai capito? Pitasi G: Certo, ti sento che parli piano. Cortese: È un bel passatempo così mi sto scialando».

Due giorno dopo - il 9 aprile 2019 - un blitz della Polizia penitenziaria nella cella di Maurizio Cortese, rivoltando come un calzino la sua stanzetta. E fanno bingo: rinvenuto il telefonino cellulare. Per Maurizio Cortese scatta immediato il trasferimento al carcere di Parma, dove è tutt’oggi recluso.

Un affaire per il quale gli inquirenti non hanno ancora identificato «la guardia corrotta», ma contestano la complicità alla moglie Stefania Pitasi, al suocero Paolo Pitasi, ed agli affiliati Antonino Barabaro, Antonino Filocamo e Salvatore Paolo De Lorenzo (tutti colpiti da misura nell’operazione “Pedigree”). Che sapevano fin troppo bene di stare portando avanti un «un’operazione tutt’altro che lecita».

Lo stesso De Lorenzo, «l'incaricato di acquistare ed attivare la scheda» in un negozio Vodafone di Reggio, si mostrava «irritato e preoccupato» quando scopriva che - a nome del formale intestatario - risultavano già intestate numerose altre sim. Dodici per l'esattezza.

«De Lorenzo: Ma sono pazzi ma mannaia, devono far sì che mi arrestino... mi ha detto sai quante schede ha questa ha dodici schede a nome suo». Anche Paolo Pitasi, padre di Stefania e suocero di Cortese, si rendeva conto degli enormi rischi che incombevano a carico della figlia: «Pitasi Paolo: La devono fin... che vadano ancora che arrestino a mia figlia che non… Non capiscono! Non capiscono! Già la gli hanno perquisito pure nella cella, che sapevano che da la dentro partivano telefonate... E lui glielo ha detto a mia figlia. Gli ho detto io a mia figlia non lo tenere nemmeno dentro perché se arrivano... E te lo trovano qua… Abbiamo finito il film. Non si rendono conto… non si rendono conto».

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