Sabato, 11 Luglio 2020
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OPERAZIONE "MALEFIX"

'Ndrangheta a Reggio, lo sgarbo di Molinetti ai De Stefano: "Si è tenuto i soldi per i detenuti"

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Al vecchio sodale Alfonso Molinetti, detenuto, i De Stefano non avrebbero mai fatto mancare il denaro necessario per il mantenimento. Ancora più grave, alla luce di ciò, dovrà essere apparso lo “sgarbo” del fratello ribelle Gino, che invece avrebbe trattenuto per sé una somma di denaro destinata al mantenimento degli affiliati in carcere e contestava alla famiglia proprio di avere “il braccino corto”.

È una delle tante storie raccontate nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione “Malefix”, «a conferma della solida esistenza di meccanismi solidaristici propri dell’associazione mafiosa», per dirla con le parole del gip Tommasina Cotroneo che ha disposto gli arresti eseguiti all’alba di mercoledì scorso.

I “pensieri” di Carmine

Il primo episodio risale a un summit, a Giugliano, alle porte di Napoli, tra Giorgio De Stefano – il rampollo dello storico casato di Archi inserito nel jet-set milanese – e Alfonso Molinetti, ergastolano in semilibertà fratello dello scissionista Gino. L’intercettazione ambientale capta la consegna delle banconote in favore dell’anziano affiliato. Molinetti dapprima si schermisce (rappresentando di non essere a corto di liquidità e di non versare quindi in stato di bisogno), ma di fronte all’obiezione dell’interlocutore – «che faceva leva sulle regole solidaristiche di ’ndrangheta», annotano gli inquirenti – non solo accetta il “pensiero”, ma si dice lusingato perché quella consegna seguiva le altre, dello stesso tipo, che Carmine De Stefano gli avrebbe fatto pervenire tramite il figlio Salvatore Giuseppe: «Grazie!... Giorgio… Ma c’è Carmine che mi pensa sempre... Carmine... Mi pensa… gli fa a Giuseppe... “devo pensare a tuo padre”... ma gli fa mio figlio Peppe “ma non abbiamo bisogno”… se c’era bisogno...». De Stefano chiarisce che «non è questione di bisogno... è questione di... è un pensiero comunque».

A Gino una consegna imprevista

Nello stesso periodo, vengono captate conversazioni di tutt’altro tenore: i Molinetti sembrano tra increduli e amareggiati quando il capofamiglia Gino assume atteggiamenti ritenuti incompatibili con l’etica mafiosa, trattenendo per sé una somma tra i 6.800 e i 10mila euro. Giuseppe aveva inutilmente sollecitato il padre a consegnare i soldi, che tale Carmine avrebbe in più occasioni inviato tramite terze persone: «Gli ho detto io: daglieli i soldi a quelli... No! Sempre patatrac fa… Lui gli ha detto: “se vi servono teneteveli un poco...” sempre così... com’è giusto, perché... gli ha detto: “un poco glieli dividi e un poco, se ti servono, te li tieni”, sempre così gli ha detto!». Sta di fatto che tali Ciccio e Pasquale (mai identificati) avevano fatto sapere a Carmine di non aver ricevuto alcunché, suscitandone l’incredula reazione. Racconta sempre Giuseppe Molinetti: «Gli ha detto quello: ma se io i soldi ve li ho mandati!... A noi non ci è arrivato niente…». «Che vergogna! – commenta la madre – Quindi le persone hanno saputo?». Giuseppe Molinetti, già in precedenza, avrebbe ricevuto denaro poi regolarmente recapitato ai familiari dei detenuti. In quest’ultimo caso, invece, gli incaricati di Carmine non lo avrebbero trovato ed effettuato perciò la consegna al padre Gino, che ne avrebbe poi fatto un uso distorto: «Non mi ha trovato a me, hanno visto a lui e glieli hanno dati a lui... e io… due volte li hanno mandati … e due volte glieli ho mandati! “Non potti ’mbattiri” che mi ha visto a me ...».

Lo sgarbo a Totuccio

Ma non solo: quella che la Dda classifica come «inottemperanza ai doveri di solidarietà mafiosa» si sarebbe tradotta anche nella scarsa attenzione per le esigenze di Totuccio Serio, storico esponente della cosca. Molinetti, addirittura, in una circostanza, sapendo della visita del vecchio associato, avrebbe tentato di defilarsi per non incontrarlo: «Lui non voleva andare a salutare a Totuccio – dice la moglie –. Come? Una persona che si è fatto trent'anni di galera…>. Tant’è vero che sarebbe stato Giuseppe, «supplendo all’intollerabile inadempienza paterna», a versare nelle mani di Serio una somma di denaro quale simbolico pegno di amicizia: «Ho preso cinquecento euro e glieli ho dati a Totuccio! Gli ho detto: Totuccio, questi ho, se ne avevo di più te li davo… e si è scialato quel poveretto».

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