Martedì, 02 Giugno 2020
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CASSANO IONIO

Le “carezze” di monsignor Savino alla Calabria: "C'è un territorio sommerso di potenzialità"

di
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Il vescovo Francesco Savino

Monsignor Francesco Savino racconta la sua vita da vescovo in una zona tanto bella quanto difficile come Cassano Ionio.

Che significa essere vescovo in un'area così, come strappare la gente alla cultura criminale?

"Quando si vive al sud, in periferia, bisogna avere un'enorme pazienza, una compassione abissale, una passione profonda, per i vissuti, le cose, le persone, l'impegno a conoscere la storia del territorio, la letteratura, la demologia. Penso alla bella Calabria come terra incompiuta, avendo di fronte un'immagine: una donna che perennemente soffre le doglie di parto, costretta ad esportare intelligenze e ferma ai pregiudizi e alle contraddizioni, deturpata dalla criminalità e dall'atteggiamento atavico del tragico fatalismo, dell'irresponsabilità, una morsa mortifera che frena slanci e fremiti di rinascita e di risveglio. Io vivo in questa terra che ha tante risorse, naturali, passionali, culturali, tra queste c'è la fede, la speranza".

Cosa dovrebbero fare i politici, cosa consiglia loro?

"Sono intervenuto diverse volte verso la politica locale e regionale, proporrei una spiritualità della politica, capace di sguardi interculturali, antropologici. Il primato alla vita interiore, se manca, l'impegno sociale, è inadeguato alle sfide e alle urgenze del tempo. La politica va interpretata nell'esercizio alto della carità. Ho in mente il politico un po' atipico che porta con sé un breviario, dove la parola centrale è “progettualità”, il cui stile profetico sta soprattutto nel non concedere nulla alla potenza del denaro".

La Calabria terra di emigranti, non può essere razzista: cosa fare per aumentare la cultura dell'accoglienza?

"La Calabria è immaginata come paese e gente difficile. Non è un giudizio negativo, ma una definizione significativa di questa terra e del rapporto con l'Italia e con l'Europa, di quel calabrese che fu di Corrado Alvaro. Tanti visitatori sono rimasti sorpresi di questa terra, della gente, dell'accoglienza, dei paesaggi, di una realtà geografia marginale, periferica, abbandonata, amata e maledetta, sospesa tra gli abissi di illegalità e la sacralità dei luoghi, divisa da due mari e separata dalla montagna, terra dominata ma mai posseduta. Pensate ai Greci, ai Bizantini, ai Longobardi, ai Borboni ecc. Il futuro dipende da come rispondiamo alla questione dei migranti, all'opportunità di integrarli, e per farlo, dobbiamo avere il coraggio di sfatare insieme alcuni luoghi comuni".

Il territorio della Sua diocesi come, d'altronde, il resto della Calabria è ricco di storia e testimonianze archeologiche: sono abbastanza valorizzate?

"Nella Calabria c'è un territorio sommerso di potenzialità, un patrimonio di opere d'arte, di scritti e di studi, anche se si avverte che gli intellettuali intervengono di rado nelle questioni sociali e culturali. Si rischia la retorica quando si parla di valorizzare il patrimonio naturale e artistico calabrese, perché valorizzare significa innanzitutto investire in innovazione tecnologica, adottare un'adeguata strategia politica, che sia, come dicevo, progettuale. Progettualità non è un neologismo alla moda, ma significa ciò che oltre tre decenni fa si diceva in Calabria tra i gruppi impegnati nel sociale, e dei quali alcuni sono non solo sopravvissuti, ma hanno prodotto realtà significative, che sono in atto".

Qual è l'autore calabrese che preferisce?

"Con mia sorpresa, sono tanti gli scrittori calabresi. Ho letto alcuni testi di Vincenzo Padula, ad esempio 'Persone in Calabria', mi ha colpito il realismo con cui riesce a parlare della Calabria e dei calabresi, anche se le situazioni non sono delle migliori, denuncia le ingiustizie, il clima di violenza e di illegalità del suo tempo, e nei suoi racconti eclettici mescola la tragedia con la commedia, riuscendo a strappare anche un sorriso. Consiglio anche la straordinaria forza letteraria e teologica dell'inquieto 'monaco errante, Gioacchino da Fiore, grande utopista (insieme a Campanella, Cassiodoro), un genio che può insegnarci a guardare con occhi diversi la storia. Ma ci sono tanti altri autori: Corrado Alvaro, Mario La Cava, Leonida Repaci un suo compaesano e ideatore del Premio di Viareggio. C'è anche Vito Teti, un antropologo che leggo con piacere".

Ritiene che ai ragazzi occorrerebbe insegnare anche la letteratura calabrese?

"In questi cinque anni di Calabria, incontrando giovani e meno giovani, nelle scuole, nelle piazze, nei colloqui personali, mi sono accorto che è poco studiata la letteratura locale, in tutte le sue sfaccettature, di studiosi che mostrano i pregi e i limiti di questa terra, ignorando i contributi storici, letterari, antropologici di chi li ha preceduti".

La scomunica del Papa ai mafiosi ha provocato tentennamenti tra i sacerdoti in passato troppo... accomodanti?

"Nella Chiesa l'attenzione sulla mafia è diventata una questione non più da sottovalutare e la possibilità della scomunica si è fatta più forte, ma bisogna chiarire che i mafiosi sono già colpiti “latae sententiae” (cioè con sentenza ampia, implicita e automatica) da questa pena canonica: essi sono fuori della comunità ecclesiale anche senza un pronunciamento ufficiale. Le fasi di attuazione di una regolamentazione nel codice di diritto canonico sono in discussione. Sebbene ciò sarebbe un forte messaggio simbolico, dopo decenni di ambiguità, tuttavia si riflette su quale impatto potrebbero avere pronunciamenti più specifici, visto il contesto in mutamento, dove anche le mafie si sono secolarizzate. La religiosità della mafia e della 'ndrangheta calabrese è capovolta, ma occorre chiarezza, prese di posizioni chiare e non super partes".

Preferisce don Abbondio o fra Cristoforo: e perché?

"Ai miei confratelli chiedo la 'parrhesia' evangelica, la franchezza di Gesù, a partire da me, con la vita e con parola, quella trasparenza e autenticità alla luce del vangelo che ci rende testimoni credibili e audaci".

Il nuovo business della 'ndrangheta?

"La 'ndrangheta ha il fiuto degli affari: laddove c'è denaro e potere è onnipresente e non si accontenta, vuole tutto".

Sanificazione, mascherine e smaltimento dei rifiuti sanitari infetti? E quale altro business in questa fase del coronavirus?

"Il nostro mondo è fatto così, assetato di profitto, in una civiltà consumista ed edonista, l'idolo per eccellenza in cui si strumentalizza ogni circostanza per fare affari, il denaro, dove tutto si misura in termini economici. Il “paniere” oltre a quello che lei ha citato si può allargare, come i possibili vaccini contro il Covid-19, i prezzi degli alimenti di prima necessità in questo periodo sono lievitati esageratamente. Occorre soprattutto vigilare sul commercio illegale dei rifiuti tossici".

Un messaggio finale?

"Desidero rivolgere un saluto di prossimità ed empatico ai giovani, che mi stanno a cuore: coltivate i sogni, coltivate la bellezza, gioite della vostra vita, e come diceva il caro vescovo don Tonino che ho avuto la grazia di conoscere, «questi non sono utopie ma eu-topie, il buon luogo dove si sperimenta la felicità".

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