Mercoledì, 05 Ottobre 2022
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PICCOLO COCÒ

I dubbi della Bindi
le certezze di Corbelli

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Non si è fatta attendere la replica del leader di Diritti Civili, Franco Corbelli, alle dichiarazioni della presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Rosy Bindi che ieri a Cosenza ha annunciato una indagine per accertare eventuali responsabilità nell’affidamento del piccolo Cocò al nonno affermando che  lo usava come scudo, poi trucidati in un agguato mafioso. “La Presidente Bindi ieri, parlando a Cosenza della tragica vicenda del piccolo Cocò, non ha detto (probabilmente perché ignorava questa circostanza), a proposito degli aspetti da chiarire, la cosa più grave e importante ovvero che il bambino di Cassano sarebbe ancora in vita se avessero accolto i miei appelli quando(dopo aver fatto uscire, Cocò e la sua mamma, dal carcere di Castrovillari alla vigilia del Natale del 2012) chiedevo di rimandare ai domiciliari Antonia Iannicelli(la mamma di Cocò), che era stata di nuovo arrestata, pochi mesi dopo, nell’aprile del 2013, per aver portato(mentre era agli arresti a casa) il bambino e le due sorelline, Ilenia e Desirè, a vedere il loro papà, Nicola Campolongo, allora detenuto nel carcere di Catanzaro. Se avessero accolto i miei appelli quel maledetto giorno del gennaio del 2014 il piccolo Cocò sarebbe stato a casa con la mamma e non invece con il nonno all’appuntamento con la morte! La Presidente Bindi si è chiesta perché il piccolo non era di nuovo in carcere con la madre. No, Cocò non doveva ritornare in carcere, doveva restare a casa con la mamma. Cocò andava tutelato (e in questo modo salvato!) non rimandandolo in carcere(dove nessun bambino deve mai entrare!) ma facendolo restare a casa con la mamma. Se, la mamma di Cocò, l’avessero di nuovo mandata ai domiciliari, come ho chiesto per mesi, quel bambino non sarebbe stato affidato al nonno che, dice la presidente Bindi, l’ha usato e che io invece sono convinto non l’abbia fatto perché attaccatissimo a quel suo nipotino. E comunque – continua Corbelli - io mi rifiuto, per principio, di pensare che ci possa essere qualcuno che usa come scudo un bambino sapendo che possa essere ucciso! Figurarsi poi se questo bambino è un suo amato nipotino. Fermo restando le responsabilità del nonno(che non doveva assolutamente portarlo con sé) e gli sbagli(i reati) della famiglia del piccolo Cocò(per i quali i due giovani genitori stanno pagando con il carcere) interroghiamoci anche come funziona la Giustizia nel nostro Paese quando deve affrontare il dramma di bambini innocenti, con le madri detenute. Dico infine alla Bindi(e non solo a Lei) che, parlando ieri del feroce omicidio di Cocò, avrebbe dovuto interrogarsi sul perché, nonostante il grande lavoro investigativo, aspettiamo ancora, a distanza di quasi due anni, di conoscere l’assassino, la belva che ha ucciso Cocò, che ha avuto il coraggio di premere il grilletto di una pistola sulla testa di quel povero, innocente bambino” 

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