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ROSSANO

“Cocò” usato dal nonno
come scudo umano

di
cocò, Calabria, Archivio

 La banalità del male. Un male capace di inghiottire la vita d’un bimbo di tre anni, Nicola “Cocò” Campolongo, usato come “scudo umano” dal nonno, Giuseppe Iannicelli e dalla sua compagna marocchina, Ibtissam Touss, assassinati e bruciati con lui la sera del 16 gennaio 2014 nelle campagne di Cassano. Un triplice omicidio dal movente insulso, come insulse sono spesso le cose del mondo criminale: Iannicelli, infatti, s’era messo in testa di gestire lo spaccio di droga nell’area di Firmo piccolo centro dell’alta Calabria. Un paese del Cosentino dove immaginava di poter contare su due “picciotti” di assoluta fiducia: Cosimo Donato, 37 anni, e Faustino Campilongo, 38, detto “panzetta”, personaggi in cerca di fortuna nel mondo del crimine. Non immaginava, però, che i due “compari” volevano fargli le scarpe agendo in combutta con le organizzazioni mafiose che dominano l’area sibarita. Iannicelli era troppo pretenzioso, aveva avuto dissapori con gli “zingari” di Cassano e, nel 2013, era addirittura apparso pronto a collaborare con la magistratura. Levarlo di mezzo avrebbe fatto piacere a molti. L’unico problema era che se ne andava in giro in compagnia di una donna e di un bambino. Per proteggersi. C’era gente, però, poco incline a “commuoversi” di fronte allo sguardo innocente d’un minore e al cospetto del volto implorante d’una straniera. Gente pronta a risolvere il “problema” senza aprire il cuore alla pietà. A Donato e Campilongo toccava perciò il solo compito di tendere una trappola. Così, quella sera di gennaio hanno “agganciato” l’auto su cui si spostava il loro “capo” e l’hanno invitato a raggiungere una zona periferica di Cassano per «parlare» presumibilmente di «un affare». Cosa sia accaduto e chi abbia sparato non è stato accertato. Il dato inconfutabile è che “Peppino” Iannicelli è stato ammazzato con tre colpi di pistola alla testa, la compagna e il nipotino con uno ciascuno alla tempia. “Cocò” era accovacciato sul sedile posteriore e quando ha sentito sparare s’è coperto istintivamente il volto con le braccia. Il gesto, tuttavia, non ha intenerito l’empio sicario che l’ha ammazzato con glaciale crudeltà. La vettura – una Fiat Punto – è stata poi data alle fiamme proprio da Donato e Campilongo. È stato il figlio di Iannicelli a incontrarli alcune ore dopo, mentre cercava il padre, notando che puzzavano di fumo e benzina. Ai due concorrenti nel triplice delitto la Dda di Catanzaro è arrivata grazie ad una indagine articolatissima compiuta raccogliendo testimonianze, intercettando conversazioni e interrogando pentiti. Fondamentali le dichiarazioni rese da una donna con cui Donato aveva una relazione ed alla quale, cedendo all’ostentazione, ha rivelato d’aver partecipato alla barbara esecuzione. La testimone, peraltro, è stata successivamente minacciata pesantemente. Gli accertamenti condotti dai carabinieri del Ros hanno poi consentito di verificare la presenza – attraverso l’esame delle celle agganciate dai telefoni cellulari degli indagati –di Donato e Campilongo nella zona del crimine. I telefonini sono rimasti inattivi tra le 17,15 e le 18,45, spazio cronologico in cui è avvenuta la folle “mattanza”. I sospettati sono accusati di concorso in triplice omicidio e distruzione di cadaveri.

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