Martedì, 25 Settembre 2018
RENDE

Il “giallo” dell’esame
della figlia del boss

di
aquino, rubino, unical, Calabria, Archivio
franco rubino

Il “giallo” dell’esame. E la figlia del boss. Lo scorso anno la Dda di Reggio Calabria ha messo il naso nelle stanze dell’ateneo di Arcavacata. È avvenuto causalmente nell’ambito di un’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto antimafia, Nicola Gratteri e del pm distrettuale, Antonio De Bernardo, su una cosca di Marina di Gioiosa Ionica. Una cosca che – more solito – esercitava un controllo totalizzante sul territorio di sua competenza. Influenzava e condizionava l’imprenditoria e tentava approcci con il mondo politico- istituzionale. Intercettazioni telefoniche e ambientali, appostamenti, riprese filmate consentirono ai pubblici ministeri di disegnare la mappa dei presunti interessi criminali. Le vicende, focalizzate in una ordinanza di custodia cautelare, sono tuttora oggetto di verifiche processuali. Il quadro ipotizzato dai magistrati inquirenti deve insomma trovare consacrazione in una sentenza definitiva. Durante le indagini preliminari accadde, però, che gl’investigatori s’imbatterono in una strana telefonata in cui si tirava in ballo un apprezzato docente dell’Università della Calabria, Franco Rubino (nella foto a sx), già preside della Facoltà di Economia, ex assessore del comune di Rende ed oggi direttore del Dipartimento di Scienze aziendali e giuridiche. Il nome del professore saltò fuori in una telefonata del 2007 tra l’ex assessore provinciale reggino, Rocco Agrippo e tale Gaetano. Il riferimento era ad un esame da garantire alla figlia del boss di Marina di Gioiosa, Rocco Aquino. L’uomo politico sarebbe stato pronto, secondo gl'inquirenti, a favorire la celebrazione dell’esame solo pro forma, coinvolgendo, attraverso il misterioso Gaetano, il titolare della cattedra e i suoi assistenti. Tra il professore Rubino e appartenenti al clan non ci sono però mai stati contatti diretti. E nemmeno tra il cattedratico e Agrippo. Tuttavia, la cosa venne organizzata: la ragazza avrebbe dovuto passare dalla stanza del docente alle tre e mezza del pomeriggio. Il professore non ci sarebbe stato. Al posto suo, la giovane Aquino avrebbe trovato gli assistenti pronti a stamparle un bel trenta sul libretto. Il colloquio telefonico tra Agrippo e il mai identificato Gaetano è illuminante: «Alle tre e mezza deve andare nella stanza del professore Rubino – dice Gaetano –. Lei va dal professore, lui non ci sarà, ma non ci sarà volutamente ». La ragazza troverà gli assistenti – almeno secondo l’ipotizzato piano – «Loro sanno che devono fare e chiudono la partita». È Rocco Aquino a spiegare poi telefonicamente – ignaro d’essere intercettato – alla figlia quello che deve fare: «Vai a bussare che c’è l’assistente e gli spieghi chi se e chi non sei». La vicenda si svolgerà secondo il progetto previsto. Alle 15,31 del 15 maggio 2007, Valentina Aquino chiama il padre e gli dà la lieta notizia: «Ho preso 30». E Rocco Aquino, di rimando, le risponde: «Ah...brava ». Il fascicolo d’inchiesta, considerato che non è stata individuata metodologia mafiosa, è stato nei mesi scorsi trasferito, per competenza, alla procura di Cosenza, diretta da Dario Granieri. Ed è finito sul tavolo del pm Antonio Tridico, il togato che già s’è occupato dell’indagine sui falsi esami registrati nella facoltà di Lettere dell’Unical. Tridico, lette le carte, ha iscritto sul registro degli indagati il professore Rubino, che sarà interrogato nelle prossime settimane, il suo assistente, Maurizio Riya e Valentina Aquino. Riya, già interrogato, ha respinto tutte le accuse, mentre la Aquino s’è avvalsa della facoltà di non rispondere. L’ipotesi d’accusa contestata ai tre indagati è il concorso in falso. Tutti e tre dovranno naturalmente essere considerati innocenti sino alla definizione della vicenda giudiziaria.  

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