Venerdì, 21 Settembre 2018
IN VIAGGIO SULL’A3

Autostrada, l’inferno
è diventato purgatorio

di
a3 sa-rc, Calabria, Archivio

 L’inferno non ha più l’odore del  catrame bollente. E i birilli ammaccati  dalle auto in corsa, la segnaletica  d’emergenza graffiata  dalla ruggine, non compaiono  con la frequenza d’inquieti spettri  tra i cartelli scoloriti che segnalano  i vecchi svincoli. Lo scenario,  seppur lentamente, tra  colpevoli ritardi e furenti polemiche,  sta cambiando. L’autostrada  Salerno-Reggio Calabria  è oggi più simile al purgatorio  che non a quel regno di Belzebù  attraversato nell’ultimo decennio  da migliaia e migliaia di automobilisti.  L’Anas, che in questi  anni ha interpretato lo scomodo  ruolo del “Caron dimonio” mostra  al mondo, con moderata  soddisfazione, i risultati d’un  ammodernamento che sembrava  infinito e che il suo presidente,  Pietro Ciucci, annuncia invece  come finito entro il dicembre  di quest’anno. Nessuno in fondo  gli crede, anche se ponti avveniristici  e corsie allargate aumentano  col passare delle settimane.  Tanti, in questo scorcio di secolo,  sono stati i ministri e i sottosegretari  accorsi sotto il sole “ardente  e dispettoso” (così lo definiva  Leonida Repaci) per inaugurare  nuovi tratti e annunciare  completamenti in tempi brevi.  Tanti politici, accompagnati da  reggicoda e partitanti, poi impietosamente  smentiti dai fatti. I  calabresi hanno perciò sviluppato  una sorta di sana idiosincrasia  per i “tagli del nastro” e le  dichiarazioni ad effetto scegliendo,  dopo delusioni e tradimenti,  l’illuminata strada percorsa  da San Tommaso d’Aquino:  “vedere per credere”. Certo,  dell’autostrada immaginata per  compiacere Giacomo Mancini,  fatta di curve improponibili, arrampicata  tra le colline, immersa  nelle vallate, lontana dal mare,  rimane lo sventurato impianto.  Il percorso fu voluto così  dall’illustre uomo politico perché  la sua città, Cosenza, non restasse  tagliata per sempre fuori  dallo sviluppo dei collegamenti  viari. Epperò oggi le curve appaiono  addolcite, le gallerie più  grandi, i guard rail più sicuri anche  se il tracciato, sebbene allargato,  rimane poco funzionale ed  eccessivamente distante da una  moderna concezione di sviluppo  lineare dei collegamenti stradali.  Quale elefantiaco sforzo, in  termini progettuali, imprenditoriali  e finanziari, sia stato compiuto  per rendere più all’avanguardia  l’A3 lo si può desumere  dal monte di miliardi spesi e dal  numero di deviazioni ancora  esistenti. Pino Aprile in un suo  celebre volume –“Terroni”  – ha  offerto un esaustivo quadro di  cosa l’autostrada abbia rappresentato  in senso economico anche  per le organizzazioni criminali.  Un quadro confermato dalle  inchieste delle procure antimafia  di Reggio Calabria e Catanzaro  che hanno però segnato  un punto di svolta positivo. Le  indagini condotte, infatti, hanno  impedito alle cosche di ripetere  l’assalto alle risorse compiuto  in occasione della stessa  costruzione della Salerno-Reggio  e della realizzazione di altre  imponenti opere pubbliche. Le  infiltrazioni sono state individuate  e rimosse ed i boss pronti a  batter cassa spediti in galera.  All’«inferno» sono state insomma  sottratte intere “legioni di  demoni”. Rimane, però, l’incertezza  dei tempi di percorrenza  del tratto autostradale regionale,  l’incognita dei doppi sensi di  circolazione, l’inevitabile imbuto  creato tra Bagnara e Villa San  Giovanni per rifare ponti e viadotti.  Rimane la difficoltà concreta  di raggiungere, seguendo  ragionevoli tabelle di marcia, gli  imbarchi per la Sicilia. Basta fermarsi  ad un autogrill e chiacchierare  con gli automobilisti  per averne testimonianza e lamento.  Quando, nell’Ottocento,  Alexandre Dumas proveniente  dall’isola di Trinacria attraversò  la Calabria, provò ad immaginarla  servita da una grande strada  capace d’unire le balze aspromontane  a quelle del Pollino.  Una strada che avrebbe avvicinato  le genti, migliorato i commerci,  favorito i visitatori. L’idea  originaria dello scrittore francese  è stata poi tradotta in concreto  proprio dalla realizzazione  dell’A3. Un’autostrada tuttavia  costruita come già vecchia, senza  corsie di emergenza, con aree  di sosta inadeguate, tunnel  asfittici, ponti immaginati con  concezioni largamente superate.  Così, mentre in Settentrione  entravano in funzione strutture  viarie d’altro genere e portata, è  stato necessario pensare a un significativo  e costosisimo riammodernamento,  che è quello in  corso. Avventurarsi da Castrovillari  a Reggio Calabria non è  agevole come lanciarsi sulla Napoli-  Roma oppure spostarsi da  Milano a Torino. Pur tuttavia,  incrociando tra San Mango  d’Aquino e Falerna le prime significative  riduzioni di corsie di  marcia, s’avverte come la sensazione  del vicino compimento di  un’opera. Immensi muraglioni  contengono le zampate improvvise  delle colline, ruspe rubano  la terra alle campagne, operai  s’accalcano a piegare il ferro del  cemento armato. Un ampio  svincolo restituisce spazi e importanza  alla riviera che da Falerna  s’allunga sino a Capo Suvero.  Le auto riprendono lì a  scorrere veloci fino a Lamezia  Terme dove riprende il “calvario”  d’un tempo. Cumuli di sabbia  e camion impolverati segnalano  la presenza dei lavori mentre  le vetture si sfiorano lungo  un budello d’asfalto che corre  accanto alla ferrovia. E così accade  che i treni volino sulle linee  ferrate ed i veicoli si trascinino,  invece, a passo lento sull’A3. Si  riprende a bruciar benzina e gasolio  fino a Mileto da dove gli incubi  appena sopiti si ripropongono  come compagni di viaggio  fin dopo Rosarno. Una immensa  rampa rotatoria disegnata dalle  pale meccaniche testimonia di  cosa l’ammodernamento riserverà  alla cittadina pianigiana.  L’ingresso autostradale, una  volta ultimato, sarà pari a quello  già funzionante nelle città del  Nord. E quaggiù, dove l’emigrazione  s’è mangiata intere generazioni,  si avrà almeno la soddisfazione  di disporre così d’uno  svincolo come quello delle metropoli  dove vivono figli, fratelli,  cugini e compari. Il percorso torna  agevole attraversando i territori  di Gioia Tauro e Palmi sin  dopo lo svincolo di Bagnara.  Territori paradisiaci, con ulivi  secolari rinfrescati da brezze  leggere, terrazzamenti sul mare,  vigneti prolifici descritti con  poetica ammirazione nell’Ottocento  dallo scrittore e illustratore  inglese Edward Lear. L’amenità  dei luoghi serve però solo ad  addolcire l’animo prima di precipitare  – questa volta per davvero  – in un limbo dantesco e infernale.  Da Bagnara in avanti la  lingua di catrame consunto si  calpesta procedendo su una sola  corsia di marcia, dietro autotreni  che scaricano fumi velenosi,  operai ed escavatori arrampicati  sulle colline sventrate, cantieri  pieni come alveari, scatoloni di  lamiera rovente trasformati in  punti d’appoggio per tecnici e  manovalanza. Qui sì non si vede  la fine. E torna caro l’insegnamento  di Corrado Alvaro sulla  pazienza. «Una costante dei calabresi  – scriveva – che anziché  indebolirli li ha resi più forti».  Una pazienza che dovrà contagiare,  questa estate, pure tutti i  turisti diretti in Sicilia. Una pazienza  che speriamo duri sino alla  fine dell’anno quando, come  Ciucci ha annunciato, finiranno  i lavori. A ridosso di Natale capiremo  se e quanto, per dirla con  Cicerone, «abuseranno ancora  della nostra pazienza». 

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