Sabato, 22 Settembre 2018
CORTE D'APPELLO MILANO

’Ndrangheta, confermate
le 110 condanne

di
'ndrangheta milano, Calabria, Archivio

Il maxi processo alla ’ndrangheta in Lombardia ha superato anche lo scoglio del secondo grado. La prima Corte d’appello di Milano, infatti, ha confermato le 110 condanne inflitte nel novembre 2011 dal gup Roberto Arnaldi. Per una quarantina di imputati c’è stata solo una riduzione di pena. Il processo era nato dall’operazione “Infinito”, condotta il 13 luglio del 2010 dalla Dda milanese, intrecciata con l’inchiesta “Crimine”, della Dda di Reggio Calabria, portando dietro le sbarre complessivamente oltre 300 persone. La decisione della prima Corte d’appello, presieduta da Rosa Polizzi, è arrivata nella serata di ieri, dopo 9 ore di camera di consiglio. Al termine della lettura del dispositivo, durata circa un’ora, gli imputati dalle gabbie hanno applaudito con atteggiamento ironico e quasi di sfida. Le lievi riduzioni di pena hanno riguardato una quarantina di imputati. E così Alessandro Manno, capo del “locale” di Pioltello, si è visto infliggere 15 anni e 3 mesi di carcere, mentre Pasquale Zappia, colui che nell’ottobre 2009 fu eletto “capo dei capi” nel famoso summit di Paderno Dugnano nel centro intitolato alla memoria di Falcone e Borsellino, è stato condannato a 9 anni. A Vincenzo Mandalari, capo del “locale” di Bollate, sono stati inflitti 12 anni e 8 mesi, a Cosimo Barranca, capo della cosca di Milano, 12 anni e a Salvatore Strangio, il presunto boss che controllava il gruppo Perego, 12 anni di carcere. Pasquale Varca, a capo del “locale”di Erba (Como), ha riportato una condanna a 15 anni, mentre l’unico politico rimasto in questo troncone del processo, Giovanni Valdes, ex sindaco di Borgarello (Pavia), si è visto confermare la pena (sospesa) a un anno e 4 mesi per turbativa d’asta. I risarcimenti alle parti civili, come la Regione Lombardia e i diversi Comuni dell’hinterland milanese che sono stati “inquinati” dalle ’ndrine, verranno stabiliti in sede civile. Malgrado la limatura delle condanne per i giudici d’appello l'impianto accusatorio del procuratore aggiunto Ilda Boccassini in primo grado, e dei sostituti pg Laura Barbaini e Felice Isnardi in secondo grado, ha retto in pieno. Così come ha retto la sentenza del gup Roberto Arnaldi di un anno e mezzo fa. Allora, però, la pena più alta era stata di 16 anni di reclusione per Alessandro Manno, a capo di una delle 15 cellule ’ndranghetiste individuate dagli inquirenti tra il capoluogo lombardo e i comuni limitrofi. Cosimo Barranca e Vincenzo Mandalri avevano preso, invece, 14 anni di carcere e Pasquale Zappia 12 anni di reclusione. Con l’operazione “Infinito”, coordinata dal pool di magistrati della Dda milanese guidato dalla Boccassini, era stato inferto un colpo durissimo alle cosche di ’ndrangheta presenti in Lombardia e legate da solidi vincoli alla “casa madre” calabrese. Con quell’operazione si erano contati 174 tra presunti capi e affiliati alla ’ndrangheta in Lombardia. Per gli inquirenti era stata una sorta di “censimento” degli appartenenti alla criminalità organizzata attiva all’ombra della Madonnina e in tanti centri vicini. Nella vicenda processuale “Infinito”c’è stato un momento in cui si era temuto per la pronuncia del gup Arnaldi. Il deposito di quella sentenza, infatti, era avvenuto in due momenti diversi. Una procedura che la Cassazioneaveva definito “abnorme”, decidendo l’annullamento senza rinvio per un vizio di forma. Una decisione che non aveva avuto, comunque, conseguenze particolari, in quanto i 110 condannati erano rimasti in carcere. La Corte d’appello aveva sanato il vizio. Il deposito delle motivazioni da parte del gup Arnaldi era avvenuto in due momenti diversi a causa di un guasto della stampante che si era “mangiato” 120 pagine su 900 al momento del deposito. Quando il gup se ne era accorto, qualche giorno dopo, aveva adottato un provvedimento d’integrazione che dava atto dell’incidente tecnico e allegava le pagine mancanti. Un provvedimento, questo, censurato dalla Cassazione. La Corte d’appello si era ritrovato una sentenza “monca” in parte delle motivazioni e con proprio atto aveva dovuto rimediare, sanando la situazione e scongiurando, di fatto, il rischio che gli imputati uscissero dal carcere all’inizio del mese in corso, alla scadenza dei termini di custodia cautelare.

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