Martedì, 25 Settembre 2018
PRAIA A MARE

Si profila archiviazione
per 41 ipotesi di
omicidio colposo

marlane, Calabria, Archivio
tribunale Paola

L’accusa di omicidio non deve cadere. Anzi, va rimodulata in una formula più dura: quella del delitto volontario. È questo l’obiettivo prioritario del collegio difensivo che assiste i familiari degli operai Marlane, l’ex fabbrica tessile di Praia a Mare finita al centro di un caso giudiziario per le decine di lavoratori morti in circostanze sospette nel corso degli anni. Del caso se n’è discusso ieri in Tribunale, a Paola, durante l’udienza camerale convocata per esaminare la richiesta d’archiviazione avanzata dalla Procura. La magistratura paolana, infatti, ritiene scaduti i termini per esercitare l’azione penale nei confronti di 41 capi d’imputazione per omicidio colposo contestati a vario titolo ai tredici imputati. Si tratta, al di là delle formule giuridiche, di 41 ex operai della Marlane deceduti dopo atroci sofferenze, stroncati da tumori forse contratti – è questa l’ipotesi su cui è stato incardinato il processo – all’interno di quella che è stata ribattezzata la “fabbri - ca dei veleni”. Una ecatombe che risale però a più di quindici anni fa, il tempo massimo previsto dalla legge per la prescrizione di questa tipologia di reato. Per le parti civili, tuttavia, l’archiviazione rappresenta qualcosa di intollerabile. E i tre legali intervenuti ieri durante l’udienza camerale – cioè gli avvocati Lucio Conte, Pasquale Vaccaro e Antonio Zecca – hanno motivato la loro indignazione indicando, come avevano del resto già fatto in passato, la strada per scongiurare la prescrizione: riformulare i capi d’imputazione in omicidio volontario con dolo eventuale. Un passaggio fondamentale, una scelta che comunque spetta esclusivamente alla Procura paolana. L’avvocato Conte ha inoltre ricordato che gli eredi di quei 41 operai rimangono nel novero delle parti civili costituite nel filone principale del processo, quello incentrato sull’accusa di disastro causato dall’omissione dolosa delle normative contro gli infortuni sul lavoro. I difensori dei familiari delle vittime hanno pure messo in evidenza quanto sta accadendo nel corso dell’istruttoria dibattimentale. In aula sta del resto sfilando un gran numero di testimoni (inizialmente erano oltre mille ma oggi sono ridotti a 400 proprio per accelerare un processo monumentale) che, a dire degli avvocati, stanno confermando l’ipotesi accusatoria: i dirigenti della Marlane avrebbero previsto e accettato il rischio che i lavoratori si ammalassero di tumore. Anzi, avrebbero addirittura imposto ai dipendenti di lavorare in condizioni di pericolo. La conseguenza in caso di rifiuto? Una soltanto: il licenziamento. Ma questi veleni, all’interno della Marlane, c’erano oppure no? Per l’agguerrito collegio difensivo di parte civile c’erano, eccome se c’erano. Per sostenere questa tesi sono state presentate le schede di sicurezza relative alle sostanze chimiche utilizzate nello stabilimento. E ne è venuto fuori un quadro piuttosto articolato. In particolare s’è dimostrato che fin dal 1974 è stato utilizzato del bicromato di sodio, una sostanza cancerogena in grado di provocare una serie di devastanti danni fisici: cancro al polmone, lesioni epatiche e renali, perforazione del setto nasale, enfisema polmonare, ulcere gastriche, avvelenamento del sangue. E la morte, nel peggiore dei casi. Il bicromato di sodio sarebbe stato utilizzato fino alla recente chiusura della Marlane, nella misura di ben otto chilogrammi al giorno. Buona parte del processo ruota comunque intorno all’effettiva consapevolezza, da parte dei dirigenti della Marlane, dei rischi corsi in fabbrica dagli operai. Le parti civili su quest’aspetto sono sicure. E citano il fatto che tutti i lavoratori ammalati hanno comunicato all’azienda il motivo della loro assenza dallo stabilimento. Molti furono licenziati, altri andarono in pensione prima del tempo. Come? C’è una donna, la moglie di una vittima, che in aula ha raccontato un episodio raccapricciante: un responsabile della Marlane, quattro giorni prima del decesso del marito, si sarebbe presentato in ospedale per far firmare in fretta e furia il prepensionamento. «Mio marito era a letto –ha detto la donna – e lo aiutarono con la mano ».

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