Mercoledì, 26 Settembre 2018
CALABRIA

Bilanci locali
Difficoltà in aumento

calabria, legautonomie, Calabria, Archivio
Calabria e autonomie ai tempi della crisi: i 327 piccoli comuni calabresi contribuiscono solo per il 28,4% alla ricchezza regionale mentre nei 20 comuni con oltre 15 mila abitanti si concentra il 49,2% della ricchezza. E' uno spaccato importante che propone elementi di "straordinaria differenza" quello che emerge dal Rapporto su "Finanza comunale, ricchezza locale, Sistema idrico & rifiuti" presentato a Catanzaro da LegAutonomie Calabria.

Dallo studio dell'associazione emerge così che tra il comune più ricco per contribuente in Calabria, Rende (26.072 euro) e quello più povero Platì (11.693), la differenza è pari a oltre il doppio mentre tra quello più ricco per famiglia Castrolibero (28.065) e quello più povero Centrache (8.790) il gap sale ad oltre tre volte. Il documento, che si sviluppa nell'arco degli ultimi anni, analizza l'andamento della finanza e dell'economia locale calabrese fino al 2010, periodo di ultima disponibilità dei bilanci consuntivi e mette in evidenza che gli effetti più pesanti dal punto di vista delle entrate e della "tenuta" dei conti si registreranno con maggiore evidenza nel biennio 2011-12. "Ma già fin d'ora - precisa - sono visibili alcuni elementi di veloce deterioramento dei bilanci locali".

Un primo indicatore è costituito dall'andamento delle entrate totali in termini pro-capite da cui emerge una sostanziale stabilità delle spese correnti con il pro capite delle imposte più le tasse comunali che crescono, nel 2010, di 16 euro. Anche le entrate extratributarie si mantengono sostanzialmente stabili in un quadro, però, di carenza di servizi offerti. Resta il nodo della capacità di riscossione che, nell'ultimo quinquennio non ha mai superato la soglia del 50%, avendo raggiunto nel 2010 il 43,4% (46,4% nel 2009) a fronte di una media nazionale del 65,3%. Si conferma l'anomalia calabrese per quanto concerne i trasferimenti con un valore pro capite meno della metà della media nazionale, e un risultato sulle entrate correnti pari a meno del 6% contro il 10% della media nazionale. L'80% del totale dei trasferimenti è appannaggio dello Stato (contro la media nazionale del 68%) e solo il 13% della regione, contro la media nazionale del 24%.

Stabili gli indicatori economici (autonomia finanziaria, impositiva e dipendenza erariale) così come la spesa complessiva in termini reali. Ciò che risulta più interessante é la ricomposizione interna: al crescere della spesa corrente decresce quella in conto capitale. Nel rapporto si parla di "elemento preoccupante" perché i comuni calabresi finanziano la spesa con una percentuale doppia rispetto alla media italiana attraverso i prestiti, e perché il volume di spesa si concentra soprattutto su due settori, amministrazione, gestione, controllo e territorio ed ambiente, a scapito degli altri. Cenerentola rimane la spesa per il sociale. Sempre in materia di spesa corrente, nel 2010, gli impegni sono ammontati a 1,49 miliardi di euro e quelli per investimenti a poco più di 700 milioni.

Ulteriore elemento negativo è la capacità di spesa in conto capitale, meno dell'8% nel 2010 a fronte di quasi il 20% a livello nazionale. Le prospettive sono tutt'altro che rosee a partire dal 2011, quando la riduzione dei trasferimenti decurterà le entrate e andrà conseguentemente a penalizzare la dinamica della spesa degli enti comunali. Per effetto delle norme sul patto di stabilità interno e dell'obbligo di ridurre lo stock del debito, inoltre, già dal prossimo anno il 35% dei comuni calabresi non potrà più accedere ad alcuna forma di credito e dal 2014 la percentuale salirà al 67%. A pesare è ancora l'andamento della rigidità strutturale che ha raggiunto nel corso del 2010 il valore più alto negli ultimi otto anni, un valore di quasi venti punti oltre la media nazionale.

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