Lunedì, 24 Settembre 2018
GIOIA TAURO

Si tentò pure di
bruciare il corpo

di

«Pur con le difficoltà insite nelle avanzate trasformazioni cadaveriche, la causa della morte di Pioli è identificabile in un severo trauma cranio encefalo». Questa una parte della relazione medico-legale sulla fine tragica quella del giovane elettrauto di Gioia Tauro Fabrizio Pioli, scomparso il 23 febbraio del 2012 e il cui cadavere è stato ritrovato un anno dopo a seguito delle rivelazioni di Antonio Napoli che ha confessato l’omicidio. La drammatica fine del giovane gioiese è stata ricostruita nei minimi dettagli dal consulente tecnico Giulio di Mizio, nominato dalla Corte d’Assise del Tribunale di Palmi. La morte di Fabrizio sarebbe stata provocata da almeno 7/9 colpi di corpi contundenti nella regione del cranio tale da comportare “un fracasso facciale”. «Ebbe a trattarsi – scrive il perito – di numerosi colpi ad alto impatto lesivo, prodotti con due distinti mezzi contundenti». Ma dalle verifiche effettuate sul cadavere, in evidente stato di decomposizione (ritrovato dopo un anno dalla scomparsa in una zona in aperta campagna denominata “Capoferro” posta al confine tra Rosarno e Melicucco) è venuta fuori anche una “violenta sollecitazione del collo” frutto probabilmente di una presa da parte degli aggressori (o aggressore). Oltre a questa, però, vengono giudicate estremamente importanti altre ferite: «si registrano fratture complesse e pluriframmentarie delle strutture orbitarie, degli zigomi e dei semi mascellari bilateralmente. Nella scatola cranica si documenta ampia frattura di circa 11 centimetri per 10 avallata dell’osso parietale a destra. Un’altra frattura si rileva in sede temporale. Sempre nelle conclusioni del perito si evince pure che Si tentò di bruciare lo stesso Fabrizio «L’attività chimico-forense ha permesso di determinare che sul Pioli fu posto in essere un tentativo di combustione, riuscito solo parzialmente. Si ha pertanto la certezza scientifica che alcuni indumenti indossati dal Pioli fossero stati oggetto dell’azione di una fiamma». In sostanza le lesioni riscontrate, a giudizio di Di Mizio «sono compatibili con l’azione di un mezzo fisico cilindrico, cavo all’interno, che presenti un arco di curvatura; e con un mezzo contundente, a superficie più ampia del precedente, dotato di peso ragguardevole, in grado di produrre una frattura avvallata ». Detto questo sul raccapricciante resoconto delIe ferite mortali subite dal Pioli, il medico si è soffermato pure sulla eventuale presenza di ferite provocate da proiettili: la risposta ai giudici del Tribunale di Palmi è stata negativa «non sono state oggettivate lesioni traumatiche riconducibili a traumi balistici» e anche sulla presenza nel corpo dello stesso Pioli di sostanza dopanti: anche in questo caso l’esame tossicologico sul cadavere ha escluso la presenza di sostanze stupefacenti assunte dal giovane. Intanto ieri il processo è entrato nel vivo con una lunghissima udienza davanti alla Corte d’Assise. La famiglia Napoli, tutta sott’accusa, è difesa dagli avvocati Angelo Sorace e Marcella Belcastro; mentre la famiglia Pioli dai legali Annamaria Domanico, Carlo Monaco ed Ernesto D’Ippolito. Si ricorda che la storia fece molto parlare di sè anche sui media nazionali che dedicarono molto spazio alla vicenda legata a una relazione con una donna sposata, Simona, figlia di Antonio Napoli.

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