Martedì, 25 Settembre 2018
TREBISACCE

Le analogie col
delitto fotocopia

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La discesa agl’inferi di Stefania Chiurco potrebbe essere cominciata molto tempo prima di quel 28 dicembre dello scorso anno, data presunta del massacro di Trebisacce. Un anno prima, forse di più. La memoria riporta al mese di novembre del 2010 quando i particolari di un orrore familiare riempirono le cronache dei giornali di Perugia, la città dove la trentottenne cosentina ha vissuto molto del suo tempo per motivi di studio. Quella storia raccontava di un figlio, il cinquantaquattrenne Antonio Leandri, insegnante di educazione fisica, che uccise e ridusse in pezzi il padre, Olinto, un falegname ottantasettenne, i cui resti furono successivamente dispersi sul monte Tezio e solo in parte recuperati. Il copione del genitore vittima della folle violenza d’un discendente diretto si ripete drammaticamente mostrando strane e inquietanti analogie nell’orrore di Trebisacce, dove ad accanirsi contro il padre sarebbe stata la figlia. Lei, però, continua a negare. O, almeno, respinge l’accusa di omicidio, dopo aver ammesso solo d’aver fatto a pezzi il genitore quando era già cadavere e per giunta sezionato in due parti. Ma la sua è una versione aggrovigliata che non ha ancora convinto i carabinieri del capitano Paolo Rubbo e il pm Silvia Fonte- Basso. Gl’inquirenti pensano che Stefania abbia ucciso il settantaduenne Riccardo Chiurco dopo aver ritrovato l’arma utilizzata per il delitto, una mazza da carpentiere, e ancorato il movente a un ipotetico conflitto familiare ormai fuori controllo e appesantito da rancori e interessi economici. Sullo sfondo, una famiglia facoltosa, con un discreto patrimonio immobiliare e una buona disponibilità finanziaria. Stefania Chiurco potrebbe aver pianificato l’omicidio, ispirandosi alla vicenda perugina che, come il delitto di Trebisacce, fermentò in mezzo a una situazione domestica assai complessa. Uno scenario che, tuttavia, non convince i difensori della donna, gli avvocati Roberto Laghi e Alberto Carelli Basile. I legali hanno chiesto e ottenuto dal procuratore capo di Castrovillari, Franco Giacomantonio, che le indagini scientifiche fossero affidate a un pool di esperti. E così, alle conclusioni dell’anatomopatologo Walter Caruso, del medico legale Pietrantonio Ricci e dei Ris dell’Arma è affidato il senso dell’inchiesta anche se i legali dell’indagata, nel tentativo di ribaltare l’immagine di belva assassina e calcolatrice costruita intorno a Stefania, hanno anticipato l’intenzione di voler chiedere una approfondita indagine anche sulla personalità di Stefania Chiurco e sul suo reale stato di salute. Col passare dei giorni, i carabinieri mettono insieme nuovi particolari sull’orrore di fine anno. Come quell’attenzione dimostrata nella ricerca delle tavole utilizzate come taglieri per lo smembramento del corpo del professore Chiurco. La donna si sarebbe recata personalmente da un artigiano del posto facendosi modellare su misura quei batticarne. E, ancora. Stefania avrebbe acquistato, in giorni diversi, i rotoli di nastro adesivo utilizzato per l’imballaggio dei cartoni nei quali aveva diviso i resti del genitore. Probabilmente, man mano che esauriva un Stefania Chiurco prima dell’interrogatorio davanti al gip di Castrovillari rotolo ne acquistava un altro. La donna non avrebbe confidato a nessuno quel suo folle gesto. Del resto, i suoi rapporti sociali erano limitati a qualche conoscente e a pochi amici divisi tra Trebisacce e Perugia, ma nessuno così stretto al quale confidare quel suo terrificante segreto. Stefania viveva sola nella casa dell’orrore. Sola con suo padre Riccardo, che lei potrebbe aver ucciso, dopo averlo legato a una sedia e imbavagliato, dentro casa, per evitare che il doloroso lamento di morte del genitore fosse ascoltato dai vicini.

 

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