Martedì, 25 Settembre 2018
TREBISACCE

Certificata la
schizofrenia della
“sezionatrice”

di
stefania chiurco, trebisacce, Calabria, Archivio

  Il certificato. C’è un documento inoppugnabile destinato forse ad offrire una chiave di lettura del massacro di Trebisacce. È l’attestazione del ricovero di Stefania Chiurco, 38 anni, nel Centro di igiene mentale di Perugia. Risale al 2006, quando per venti giorni la studentessa in Medicina finì tra le braccia degli psichiatri dopo una furibonda lite avuta con i genitori. La diagnosi degli “specialisti” fu impietosa: schizofrenia. Dopo un’appropriata terapia tornò in famiglia senza più dare, almeno ufficialmente, segni evidenti di squilibrio. Segni che, però, negli ultimi mesi potrebbero essere improvvisamente riemersi dalle sinistre oscurità della mente. I vicini di casa, infatti, hanno raccontato ai carabinieri di aver ripetutamente sentito urla e imprecazioni provenire dalla casa degli orrori, a causa di liti scoppiate tra il settanduenne pensionato Riccardo Chiurco e la figlia. Stefania, però, di fronte al procuratore Franco Giacomantonio e al pm Silvia Fonte Basso, ha negato l’esistenza di tensioni. Anzi, ha parlato della grande considerazione che il padre aveva per lei. Per questo – ha detto – ne ha sezionato il corpo che non poteva restare tagliato a metà, dentro due buste, perché «sarebbe stato mangiato dai cani randagi. Non potevo lasciarlo la, è sempre mio padre». La donna per compiere la sua macabra opera ha utilizzato un’accetta e una mazza da cava con una estremità perfettamente affilata. Due “strumenti” ritrovati dagli investigatori del colonnello Francesco Ferace e che la sospettata ha formalmente riconosciuto. L’accetta l’aveva comprata proprio per l’occasione, mentre la mazza era già in casa. Ha utilizzato gli attrezzi con fredda determinazione, allestendo un tavolo da macellazione nel corridoio d’ingresso e, poi, ha ripulito tutto. Usando litri e litri di candeggina. Tutto quel sangue le dava fastidio. «La casa – ha spiegato con aria pacata –dev’essere sempre in ordine». Il professore Chiurco non poteva che finire in quel modo «perché – ha chiarito la trentottenne –se non l’avessi perfettamente smembrato e diviso in piccole porzioni non sarebbe entrato nelle scatole che mi ero procurata ». La calce e il borotalco servivano invece ad attutire gli effetti della decomposizione. E quando, dopo l’arresto, il tenente colonnello Vincenzo Franzese, comandante del Reparto operativo, le ha chiesto come fosse deceduto il genitore, ha risposto: «Siccome stava male, aveva vari acciacchi, ha chiamato qualcuno per farsi uccidere e poi lasciarsi abbandonare vicino casa perché io me ne occupassi ». Stefania aveva programmato di portare le scatole contenenti i resti in una discarica per non inciampare nel servizio di raccolta differenziata attivo nella cittadina ionica. Prima, però, è andata a Perugia. Per mettere a posto alcune cose. Nell’abitazione di famiglia che sorge nel centro storico del capoluogo umbro, gl’investigatori hanno trovato un appunto relativo ai movimenti di denaro che la donna intendeva fare, trasferendo delle somme da un conto postale. Già, perché Stefania Chiurco oltre a sezionare il padre per evitargli l’onta d’essere azzannato dai cani randagi, badava pure a non disperdere le risorse economiche di famiglia. Canalizzando i soldini sul suo conto corrente...

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