Martedì, 18 Settembre 2018
PRAIA A MARE

Sprint decisivo del
processo Marlane,
sentenza entro 2013

processo marlane, Calabria, Archivio

 Un processo che sembrava non dovesse finire mai. Un procedimento penale imponente, che vede alla sbarra 13 persone ma soprattutto una speranza di sviluppo tradita: quella che per decenni ha rappresentato la Marlane, l’opificio tessile di Praia a Mare oggi ribattezzato “fabbrica dei veleni” e gestito per ultimo dal gruppo Marzotto di Vicenza. Ieri s’è svolta, nel tribunale di Paola, una nuova udienza di quello che a buon diritto può essere definito processo-fiume: un centinaio di vittime, morti o gravemente ammalati dopo una vita di lavoro a contatto di bollitori e altri macchinari industriali; circa 400 testimoni e consulenti chiamati a deporre da accusa, difesa e parti civili; una mole impressionante di perizie, referti medici, documenti di svariato genere, una montagna di carta che è già riuscita a riempire 200 faldoni. Agli albori del processo, quando i primi 1.300 testimoni non erano stati ancora scremati, e quando soprattutto si dibatteva sull’eccessiva lentezza del ritmo impresso alle udienze, il timore di chi assiste le parti civili (un nutrito e agguerrito collegio difensivo coordinato dall’avvocato Lucio Conte) era uno soltanto: ogni capo d’imputazione rischiava di cadere in prescrizione, rendendo vani tutti gli sforzi tesi a chiarire giudiziariamente cosa fosse avvenuto in quella fabbrica al confine tra la Calabria e la Basilicata. Gli appelli continui, la pressione esercitata dalle famiglie e dai legali ha però cambiato le carte in tavola. Oggi il processo sta camminando in maniera piuttosto spedita, le udienze si ripetono con cadenza settimanale, anticipate alle 8.30 di mattino (solitamente in tutti i Tribunali s’inizia un’ora dopo), al ritmo di una ventina di testimoni alla volta. Uno sprint che porta la firma del presidente del Tribunale paolano, Domenico Introcaso. Con le escussioni di ieri e proseguendo secondo questa tempistica, a metà febbraio si concluderà la sfilata dei teste chiamati a deporre dalla Procura della città tirrenica. Subito dopo sarà la volta dei testimoni indicati dalla difesa. Di questo passo la sentenza di primo grado potrà benissimo essere pronunciata entro la fine dell’anno. Ma Introcaso è andato oltre, affermando in aula di aver interessato della questione la Corte d’appello di Catanzaro. La richiesta è quella di applicare altri giudici a Paola, in modo tale da accelerare ulteriormente il procedimento, anche con più udienze settimanali. Per venire incontro alle esigenze di un’altra ventina di testimoni, molti dei quali piuttosto anziani, malati e residenti a più di 100 chilometri da Paola, l’avvocato Conte ha presentato una precisa istanza: trovando una sede idonea, magari nella sala consiliare del Municipio di Maratea (Potenza), un’udienza potrebbe addirittura svolgersi in trasferta. I difensori degli imputati non si sono formalmente opposti all’iniziativa, dando così il loro benestare all’idea. Il collegio legale che assiste gli accusati, tra i quali spicca il nome di Pietro Marzotto, ha invece promesso battaglia su un altro aspetto, questa volta a latere del processo. L’avvocato Giacinto Giacomazzo, intervenuto in aula al posto del noto avvocato nonché parlamentare Niccolò Ghedini, ha contestato le ricostruzioni delle fasi dibattimentali pubblicamente riferite dallo Slai-Cobas. In particolare, nelle scorse settimane, il sindacato riconosciuto tra le parti civili ha sostenuto che un’udienza era stata rinviata per un impegno di Ghedini. Non un impegno qualsiasi, ma l’assistenza legale dell’ex premier Silvio Berlusconi nel processo Ruby. L’accusa è stata smentita seccamente da Giacomazzo, che ha ricordato i motivi di quel rinvio: il legittimo impedimento di altri avvocati, senza alcun collegamento al più famoso caso giudiziario-politico d’Italia. Per questo motivo, sono state già avviate azioni legali, tanto in sede civile quanto penale, contro i rappresentanti sindacali.

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